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	<title>Tempo libero Archives - Comune di Orsara di Puglia</title>
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	<description>Portale Istituzionale</description>
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	<title>Tempo libero Archives - Comune di Orsara di Puglia</title>
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	<item>
		<title>Largo San Michele</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/luogo/largo-san-michele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Melchiorre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 14:24:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grotta di San Michele Arcangelo di Orsara di Puglia.Le origini di Orsara paiono essere intimamente legate all’esistenza della grotta di San Michele. La più antica attestazione di Orsara, infatti, si trova in un diploma del 1024 in cui si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Grotta di San Michele Arcangelo di Orsara di Puglia.<br />Le origini di Orsara paiono essere intimamente legate all’esistenza della <strong>grotta di San Michele</strong>. La più antica attestazione di Orsara, infatti, si trova in un <strong>diploma del 1024</strong> in cui si dice che il confine del territorio della città di Troia giungeva fino alla <strong><em>“speluncam Ursariae”</em></strong>. Si trattava probabilmente della grotta dell’Angelo, che a quell’epoca era già nota per il culto dedicato a San Michele e quindi assumibile come punto di riferimento topografico. Non vi sono notizie sull’origine del culto di San Michele ad Orsara, mentre è certa l&#8217;importanza storica del sito che sorgeva lungo la Via percorsa nel Medioevo dai <strong>pellegrini</strong> che dal nord Europa si dirigevano a <strong>Monte Sant&#8217;Angelo.</strong></p>
<p>La spelonca, di origine naturale, si apriva in origine sul <strong>burrone </strong>del <strong>Canale dell&#8217;Angelo. </strong>Ad essa oggi si accede o attraverso la<strong> Chiesa Vestibolare di San Pellegrino</strong>, costruita in epoca barocca e crollata e riedificata nel 1927, o attraverso una tortuosa scala, scavata nella roccia, denominata <strong>Scala Santa</strong> il cui ingresso è costituito da una<strong> torretta neogotica. </strong>La grotta dell’Angelo, in roccia naturale, presenta <strong>graffiti ed incisio</strong>ni lasciate sulle parerti dai pellegrini e frammenti di affreschi; il soffitto si configura grosso modo come una volta a botte. All’interno nella zona del presbiterio si trova un bell’altare del ’600 sul quale dall&#8217;8 maggio al 29 settembre è riposta la bellissima statua lignea settecentesca dell&#8217;Arcangelo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Festeggiamenti in onore di San Michele Arcangelo</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/evento/festeggiamenti-in-onore-di-san-michele-arcangelo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Melchiorre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 14:02:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Festeggiamenti in onore di San Michele Arcangelo dell&#8217;8 maggio Santo Patrono di Orsara di Puglia.La data dell&#8217;8 maggio è connessa a quella dell&#8217;apparizione dell&#8217;arcangelo guerriero a Monte Sant&#8217;Angelo, mentre quella autunnale sembra legata ai riti della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Festeggiamenti in onore di San Michele Arcangelo dell&#8217;8 maggio Santo Patrono di Orsara di Puglia.<br />La data dell&#8217;8 maggio è connessa a quella dell&#8217;apparizione dell&#8217;arcangelo guerriero a Monte Sant&#8217;Angelo, mentre quella autunnale sembra legata ai riti della transumanza.</p>
<p>Il culto di San Michele ad Orsara è connesso alla presenza di Grotte naturali nel suo centro abitato, una delle quali è luogo di devozione dal VI secolo d.C. La <strong>Statua del Santo</strong> è normalmente custodita all&#8217;interno della <strong>Chiesa Madre di San Nicola</strong> e viene traslata in<strong> Grotta</strong> dall<strong>&#8216;8 maggio</strong> al <strong>29 settembre</strong>.</p>
<p>Il giorno di vigilia della festa patronale, alle ore 10 del mattino avviene la traslazione della settecentesca statua lignea alla Grotta, dove si celebrano le funzioni religiose e a partire dalle ore 22,00 inizia la tradizionale veglia di preghiera con la liturgia della Parola e l’adorazione eucaristica fino al mattino successivo.</p>
<p>Il giorno successivo, quello della solennità liturgica di San Michele Arcangelo, i festeggiamenti hanno inizio alle ore 7,00 con lo <strong>sparo dei mortaretti</strong>, quindi si celebrano in Grotta<strong> messe</strong> per tutta la mattinata e alle il Complesso Bandistico locale si esibisce in una<strong> matinée in piazza</strong>. Nel pomeriggio la statua di San Michele Arcangelo viene portata in<strong> processione</strong> per le vie del paese a spalla da portatori in tunica bianca, i fedeli animano con preghiere e canti la processione. La statua è preceduta da fanciulle recanti cuscini rossi ricoperti da ex-voto, ed altre recanti ognuna un’insegna di<strong> San Michele Arcangelo</strong> (la cintura di guerriero, la bilancia e lo scudo con la scritta “Quis ut Deus”).</p>
<p>L&#8217;8 maggio prima dell&#8217;alba per le vie del borgo risuonano tradizionalmente i tamburi e in un passato non molto lontano gli aratori partecipavano ad una singolare gara: quella del solco più dritto, tracciato a valle dell&#8217;Abbazia, da cui dei dei giudici osservavano in distanza la precisione del tracciato effettuato con l&#8217;aratro.</p>
<p>Davanti alla Chiesa Madre di San Nicola di Bari si ha l’incontro tra la statua dell’Arcangelo Michele e quella della Madonna della Neve. Quest’ultima viene dunque inserita nel corteo processionale.</p>
<p>I festeggiamenti si concludono di sera con spettacoli musicali e giochi pirotecnici.</p>
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		<title>Feste, Sagre e Fiere</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/feste-sagre-e-fiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 15:38:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Feste, Sagre e Fiere di Orsara &#160; Puoi scaricare la locandina nella sezione Allegati in fondo alla pagina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Feste, Sagre e Fiere di Orsara</p>
<div class="page-header">
<h2 class="u-text-h2 u-margin-r-bottom"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" style="font-size: 16px;" src="https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/wp-content/uploads/2024/03/Eventi_web-scaled.webp" alt="Eventi web" width="800" height="1116" /></h2>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Puoi scaricare la locandina nella sezione Allegati in fondo alla pagina</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Patto Locale per la Lettura</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/notizia/patto-locale-per-la-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 12:37:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il presente Avviso è finalizzato a coinvolgere il più ampio numero di soggetti istituzionali associativi e della filiera del libro (librerie, editori, ecc.), della lettura e della cultura e dell’inclusione sociale. FACCIAMO UN PATTO ! MANIFESTAZIONE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il presente Avviso è finalizzato a coinvolgere il più ampio numero di soggetti istituzionali associativi e della filiera del libro (librerie, editori, ecc.), della lettura e della cultura e dell’inclusione sociale.</p>
<p style="text-align: center;">FACCIAMO UN PATTO !</p>
<p>MANIFESTAZIONE D’INTERESSE AD ADERIRE AL PATTO LOCALE PER LA LETTURA UNIONE DEI COMUNI MONTI DAUNI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il presente Avviso è finalizzato a coinvolgere il più ampio numero di soggetti istituzionali associativi e della filiera del libro (librerie, editori, ecc.), della lettura e della cultura e dell’inclusione sociale;</p>
<p>Il Patto locale per la lettura si propone, quale strumento di promozione del libro e della lettura con lo scopo di ridare valore all’atto di leggere come momento essenziale per la costruzione di una nuova idea di cittadinanza e con l’idea di non lasciare nessuno solo o indietro.</p>
<p>Lo scopo è quello di creare una rete di collaborazione permanente tra tutte le realtà culturali operanti nei Comuni dell’Unione dei Monti Dauni per rendere la lettura un’abitudine sociale diffusa a partire dalle attività messe in campo dalle Biblioteche pubbliche, nonché, attraverso le proposte di tutti gli attori presenti sul territorio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Facciamo un patto! Manifestazione di interesse ad aderire al Patto Locale per la Lettura Unione dei Comuni Monti Dauni</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/notizia/facciamo-un-patto-manifestazione-di-interesse-ad-aderire-al-patto-locale-per-la-lettura-unione-dei-comuni-monti-dauni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 12:32:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Avviso pubblicoPuoi visionare e scaricare l&#8217;allegato dalla sezione sottostante.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Avviso pubblico<br />Puoi visionare e scaricare l&#8217;allegato dalla sezione sottostante.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Orsara di Puglia &#8211; Statue e sculture</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/orsara-di-puglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 11:07:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono conservati ad Orsara attualmente, con varie collocazioni un certo numero di pezzi scultorei erratici che sembra ragionevole attribuire al complesso abaziale di S.Angelo. Si tratta di frammenti di organismi architettonici, formelle scolpite, resti di arredi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono conservati ad Orsara attualmente, con varie collocazioni un certo numero di pezzi scultorei erratici che sembra ragionevole attribuire al complesso abaziale di S.Angelo. Si tratta di frammenti di organismi architettonici, formelle scolpite, resti di arredi sacri, oltre ad un crocifisso in pietra e ad una statua lignea raffigurante S. Michele Arcangelo.<br />&nbsp;<br />
<strong>I FRAMMENTI DELL&#8217;APPARATO DECORATIVO: CONTRIBUTO PER UN CATALOGO</strong></p>
<p>Sono conservati ad Orsara attualmente, con varie collocazioni un certo numero di pezzi scultorei erratici che sembra ragionevole attribuire al complesso abaziale di S.Angelo. Si tratta di frammenti di organismi architettonici, formelle scolpite, resti di arredi sacri, oltre ad un crocifisso in pietra e ad una statua lignea raffigurante S. Michele Arcangelo. E&#8217; probabile che alcuni di essi troveranno posto,appena ultimati i lavori di restauro, nei locali annessi alla chiesa dell&#8217;Angelo adibiti a sede per il museo locale.Si tratta di materiale per ,lo pi- inedito, di grande interesse in quanto spesso ci fornisce una traccia significativa di fasi salienti della vita dell&#8217;abbazia. Ci è sembrato opportuno segnalarli all&#8217;attenzionee avviarne la catalogazione, anche per prevenire la possibile dispersione, in questo delicato momento in cui i pezzi non hanno trovato una definitiva sistemazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1-CONCIO SCOLPITO CON RAFFIGURAZIONE DELL&#8217;AGNUS DEI</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Bassorilievo<br />
Misure: cm 15&#215;20<br />
Stato di cons. Mediocre<br />
Collocazione: E&#8217; reimpiegato nel paramento murario della parte occidentale del Palazzo dei Guevara.<br />
Si tratta di un concio di chiave d&#8217;arco, in origine pertinente all&#8217;archivolto di un portale probabilmente della chiesa dell&#8217;Angelo. Il bassorilievo raffigura un Agnus Dei retrospiciente. Pronunciata la testa, con il grande occhio ovalizzante e l&#8217;orecchio allungato. La croce e il vessillo sono frammentari. Il rilievo, massiccio ma appiattito, evidenzia con minuzia le ciocche del vello e sottolinea la palpebra con un doppio solco. Questo tema iconografico ricorre con grande frequenza nei conci di chiave o nelle lunette dei portali, numerosi gli esempi in aria abruzzese e molisana del XII sec.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2- FORMELLA SCOLPITA AD INTRECCIO VIMINEO</strong><br />
Il profilo leggermente curvilineo della lastra fa ipotizzare una originaria posizione su un archivolto di portale, forse della chiesa dell&#8217;Angelo. Entro una cornice piatta, si snoda un doppio nastro vimineo che forma un ovale al quale si intreccia un disegno a linee curve e spezzate. Il motivo ad intreccio vimineo, di origine barbarica, è frequentissimo in varie aree di cultura longobarda e viene di solito riferito ad un arco cronologico compreso fra VI e IX sec. Questo tipo di decorazione persiste a lungo in Italia Meridionale dove trova esempi databili anche al XII sec.<br />
Ricordiamo, sempre in Capitanata, i conci a doppio nastro intrecciato di Santa Maria di Calena confrontati dalla Pepe con alcune lastre provenienti dalla chiesa di S. Pietro di Monte Sant&#8217;Angelo,queste ultime riferite dal Rotili e dalla Salvatore all&#8217;VIII-IX secolo. Tale produzione, per il doppio capo del nastro e per il tipo di intaglio, secondo la Ramieri e la Bertelli, sarebbe posticipabile. Manufatti simili è possibile trovare anche in Abruzzo e Molise dove il motivo è stato ripetuto a lungo, citiamo ad esempio alcuni frammenti provenienti dalla chiesa di Santa Giustina di Paganica o da quella di S. Pietro ad Oratorium di Capestrano. Si nota particolare affinità con un concio erratico conservato presso la chiesa di S. Maria del Canneto a Roccavivara. Orsara quindi non lontana dalla strada che univa Benevento a Monte Sant&#8217;Angelo e collegata al Nord tramite le vie di transumanza, partecipa del clima culturale diffuso e mantenuto attraverso i secoli in questa vasta area.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3-FORMELLA SCOLPITA CON FIGURAZIONE ANIMALE.</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Rilievo a sottosquadro<br />
Misure: cm40x20<br />
Stato di cons.: Cattivo, specie nella parte superiore e nella parte destra.<br />
Collocazione: Murato nella parete occidentale del palazzo di Guevara.<br />
Proviene probabilmente dalla chiesa dell&#8217;Angelo. La formella è delimitata da una cornice piatta. A sottosquadro con un rilievo appiattito vi è raffigurato un animale, forse un leoncino, con la parte posteriore del corpo frammentaria. In basso a sinistra, un giglio.Portali con archivolto costituito da formelle scolpite con lo stesso tipo di rilievo piatto sono presenti in Abruzzo e Molise. Si possono citare ad esempio i portali di S. Maria del Canneto a Roccavivara e di S. Giorgio Martire in Petrella Tifernina la cui sistemazione risale alla fine del XII secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4-FORMELLA CON MOTIVO FLOREALE</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Rilievo a sottosquadro<br />
Misure: cm 15&#215;20<br />
Stato di cons.: Mediocre<br />
Collocazione: Murata sulla parete occidentale del palazzo dei Guevara.<br />
L&#8217;andamento leggermente curvilineo fa pensare ad un concio di archivolto. Entro la cornice piatta Š raffigurata una rosetta quadripetala con quattro foglioline agli angoli. E‘ un motivo decorativo fra i pi- diffusi nell&#8217;area fra Abruzzo e Capitanata, dove compare come rosoncino rigoglioso, più o meno appiattito: formelle con eleganti rosoncini resi con un rilievo appiattito, ancora nel XIII sec. corrono lungo la finestra del fronte nord del transetto della chiesa abbaziale di S. Maria di Ripalta sul Fortore. Ad Orsara, tuttavia, la rosetta è a sottosquadro, resa con un accentuato grafismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5 -FORMELLA SCOLPITA</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Rilievo a sottosquadro<br />
Misure: cm 15&#215;20<br />
Stato di cons.: Discreto<br />
Collocazione: Murato sulla parete occidentale del palazzo dei Guevara.<br />
L&#8217;andamento curvilineo della formella fa pensare che sia un concio di archivolto. Entro una cornice piatta presenta un motivo decorativo sulle diagonali: una crocetta centrale e quattro petali a forma di calice agli angoli. Il rilievo è estremamente appiattito, quasi grafico, come nella formella con rosetta: fa parte evidentemente del medesimo archivolto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>6-FORMELLA SCOLPITA CON MOTIVO STELLARE</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Rilievo a sottosquadro<br />
Misure: cm 28x20x16<br />
Stato di cons.: Superficie abrasa. Il concio è spezzato su un lato.<br />
Collocazione: Concio erratico, rinvenuto durante i lavori di restauro alla Chiesa dell&#8217;Angelo, oggi conservato nei locali annessi.<br />
Rappresenta, entro una cornice piatta, una stella a sei punte formata da due triangoli equilateri che si intersecano; la stella è inscritta in una circonferenza e intrecciata con un nastro. Il motivo della stella a sei punte inscritta in una circonferenza è presente in formelle di gusto islamico sul fianco nord della Cattedrale di Troia(prima metà del XII sec.). Su un lato il motivo doveva essere replicato, come si intuisce nonostante la lastra sia frammentaria. Evidentemente si tratta del frammento di uno stipite o di architrave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>7-CONCIO SCOLPITO CON UCCELLO E GRIFO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Bassorilievo e sottosquadro<br />
Misure: 49x22x18<br />
Stato di cons.: Mediocre. Il concio è spezzato al centro e presenta una superficie abrasa.<br />
Collocazione: Conservato presso il museo di Orsara.<br />
Rinvenuto in uno scantinato, proveniente probabilmente dalla chiesa dell&#8217;Angelo. Per la sua sagoma leggermente ricurva lo si può ritenere parte di un archivolto. E&#8217; suddiviso in due riquadri definiti da una cornice piatta, in cui sono raffigurati un uccello (a sinistra) e un grifo (a destra). Le figure sono scolpite con una minuzia che evidenzia i particolari: piume, scaglie, zampe,occhi,dentini. Per il rilievo compatto un confronto particolare può essere stabilito con alcuni bassorilievi della Chiesa di S. Pelagia a Bari (XI sec.).Questo genere di motivi animali con funzione decorativa trae spunto da preziose stoffe provenienti dal Medio Oriente e da Bisanzio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>8-FORMELLA DECORATA A RACEMI</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Rilievo a sottosquadro<br />
Misure: cm 40x30x20<br />
Stato di cons.: Cattivo. Il pezzo è scheggiato in più punti<br />
Collocazione: Si trova all&#8217;aperto, davanti alla chiesa vestibolo.<br />
Proviene probabilmente dalla chiesa dell&#8217;Angelo. In una cornice piatta riporta un motivo decorativo simmetrico a palmette e racemi. E‘ forse un frammento di architrave. Alla formella è stato sovrapposto e legato in epoca imprecisata un busto acefalo di cui al n.23 del nostro catalogo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>9 &#8211; FRAMMENTO DI CORNICE</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: cm 30x10x7<br />
Stato di cons.: Mediocre<br />
Collocazione: Rinvenuto durante i lavori di restauro alla chiesa dell&#8217;Angelo da cui probabilmente proviene e oggi conservato nei locali annessi. Presenta una decorazione a foglie di palmette con apice leggermente ricurvo, motivo fra i più diffusi nella pratica architettonica del XII e XIII sec.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>10 &#8211; CAPITELLO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure<br />
Stato di cons.<br />
Collocazione: Il pezzo, rinvenuto nella chiesa dell&#8217;Angelo durante i lavori di restauro, è irreperibile e documentabile solo attraverso alcune fotografie.<br />
Proviene probabilmente dalla stessa chiesa e un solco ad angolo retto sulla superficie superiore rivela che la collocazione originaria doveva essere in posizione angolare. Il capitello presenta lunghe palmette;agli angoli sono quattro testine umane con occhi a goccia, bocca incavata sotto il naso e rughe sulla fronte. La cornice scolpita sull&#8217;abaco, a palmette, presenta analogie con la cornice frammentaria di cui al n. 9 tutte le scanalature appaiono piuttosto profonde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>11 &#8211; VASCA</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Misure: m 1&#215;0.30&#215;0.30<br />
Stato di cons.: cattivo<br />
Collocazione: Rinvenuta durante i lavori di restauro e conservata nei locali annessi.<br />
Presenta sulla fronte una piccola croce scolpita al centro e un motivo ornamentale a scannellature rudentate. Al centro,in basso, il foro d&#8217;uscita per l&#8217;acqua. Si tratta forse di una vasca lavamano proveniente dalla chiesa o dagli ambienti monastici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>12 &#8211; LEONE STILOFORO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: cm 105x46x53<br />
Stato di cons.: Cattivo. Superficie fortemente abrasa.<br />
Collocazione: Conservato presso la chiesa parrocchiale di Orsara.<br />
Proviene probabilmente dalla chiesa dell&#8217;Angelo e viene riferito dalla tradizione locale, insieme alla colonna di cui al n. 13, ad un pulpito. La lettura non è agevole per il cattivo stato di conservazione. La mole del leone accucciato è massiccia; La testa piccola e digrignante, con la bocca profonda e gli occhi sottolineati dalle rughe della fronte. Le ciocche si dispongono a onde e sono solcate da linee profondamente incise. Trova affinità con i leoni stilofori del portale settentrionale di S. Leonardo di Siponto che la Calò Mariani confronta anche con rilievi di S. Maria di Pulsano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>13-COLONNA</strong><br />
Materia: Marmo rosso-bruno<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: Circonferenza cm 84xm 2 superiore cm 40&#215;40<br />
Stato di cons.: Buono<br />
Collocazione: Conservata presso la chiesa parrocchiale di Orsara.<br />
Proviene dalla chiesa dell&#8217;Angelo e viene riferita per tradizione popolare, insieme al leone stiloforo di cui al n. 12, ad un pulpito della chiesa dell&#8217;Angelo, Ha forma circolare semplice. liscia ed è completa di base e capitello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>14-SEMICAPITELLO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: cm 67x42x47<br />
Stato di cons.: Buono<br />
Collocazione: E&#8217; conservato presso la chiesa parrocchiale di Orsara.<br />
Proviene probabilmente dall&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. Presenta scolpiti due giri sovrapposti di grandi foglie d&#8217;acqua. Ogni foglia, ad apice appuntito, ha una sottile venatura al centro. In Alto, fra le foglie, alcuni fiori stilizzati. Ha affinità con alcuni capitelli presenti a S. Maria di Ripalta (Lesina). Stando alle dimensioni sembra pertinente ad una struttura architettonica semipilastro o semicolonna addossata ad una parete e quindi escludendo che potesse appartenere alla chiesa dell&#8217;Angelo possiamo pensare ad un ambiente di notevole respiro della fabbrica abbaziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>15 &#8211; CAPITELLO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo.<br />
Misure: Circonferenza di base cm 35x18x26<br />
Stato di cons.: Cattivo, le punte sono spezzate<br />
Collocazione: Conservato presso il museo di Orsara.<br />
Proviene probabilmente dall&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. Ha forma allungata. Presenta due giri di foglie: quattro lunghe,aderenti al calato, sugli angoli intervallate da quattro foglie pi- corte le cui punte sono oggi spezzate. Trova affinità con alcuni capitelli presenti a S. Maria di Ripalta (Lesina), S. Maria Assunta a Ferrazzano (Campobasso), S. Maria in Valle Porclaneta (L&#8217;Aquila). Va riferito quindi al XIII sec. e ad ambito federiciano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>16-CAPITELLO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: Circonferenza di base cm 39x15x27<br />
Stato di cons.: Buono<br />
Collocazione: Conservato presso il museo di Orsara.<br />
Proveniente con tutta probabilità dall&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. Ha forma allungata. Porta scolpite agli angoli quattro grosse foglie di acanto aderenti al calato, che terminano con crochets. Le foglie presentano venature profondamente incavate. In alto fra le foglie una decorazione a fiorellini. Il manufatto trova affinità con capitelli della chiesa abbaziale di S. Giovanni in Venere a Fossacesia (Chieti).Va quindi collocato nel XIII sec., in ambito federiciano e cistercense. Date le dimensioni esigue ci sembra pertinente ad una colonnina di bifora o polifora e quindi può provenire dalla fabbrica abbaziale o forse dal chiostro duecentesco.</p>
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<p><strong>17 &#8211; ACQUASANTIERA</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: cm 45x20x18<br />
Stato di cons.: Superficie abrasa<br />
Collocazione: Conservata presso il museo di Orsara.<br />
Rinvenuta nell&#8217;agosto 1975 interrata in un vecchio forno di via Caracciolo, proviene forse dalla chiesa dell&#8217;Angelo. Presenta, aderente al concio dal quale Š stata ricavata, un piccola vasca tondeggiante che sembra retta dalla mano che v‘è scolpita sotto. Le proporzioni della mano di cui si distinguono le unghie,realizzata a grandezza naturale, sono corrette. Mani sorreggono i culots della chiesa cistercense di S. Maria di Ripalta (Lesina). Il pezzo si riallaccia quindi ai capitelli di cui ai n. 15-16 e ripropone la questione dell&#8217;esistenza di maestranze di cultura cistercense e federiciana che lavorarono ad Orsara del(n) XIII sec.</p>
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<p><strong>18-19-COPPIA DI LEONCINI STILOFORI</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Misure: cm 33x33x17<br />
Stato di cons.: Buono<br />
Collocazione: Conservati presso la Canonica di Orsara.<br />
Provengono dalla chiesa dell&#8217;Angelo. Sono resi con una plastica espressiva e minuziosa che sottolinea le morbide ciocche arricciate della criniera scompartite sulla testa, il muso, gli occhi e le rughe della fronte. Sui corpi si evidenziano le costole, le zampe unghiate sembrano quasi aggrappate alla base. Sul dorso è la base circolare di una colonnina. Poche le differenze fra i due leoncini: quello di sinistra ha il capo leggermente più schiacciato e ciocche della criniera più ricche, lascia intravedere la coda sulla zampa posteriore e la base della colonnina sul dorso presenta un motivo decorativo a piccoli circoletti. Entrambi i leoncini hanno la parte posteriore appiattita, quello di sinistra è ancora legato ad un concio di muratura. Questa considerazione, tenuto anche conto delle dimensioni esigue, lascia pensare ad una posizione originaria presso un piccolo portale o una finestra della chiesa dell&#8217;Angelo. Per L&#8217;intensa espressività potrebbero essere confrontati con i leoncini del pulpito di Ravello opera di Nicola di Bartolomeo da Foggia eseguito nel 1272. Un confronto si può stabilire anche con i leoncini che reggono la sedia del trono vescovile del Santuario di S. Michele Arcangelo a Monte Sant&#8217;Angelo che rappresentano un inserto tardo duecentesco in un&#8217;opera dell&#8217;XI secolo.</p>
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<p><strong>20 -FRAMMENTI DI LAPIDE SEPOLCRALE</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Bassorililevo<br />
Misure<br />
Stato di cons.: Pessimo<br />
Collocazione: Attualmente presso i locali annessi alla Chiesa dell&#8217;Angelo.<br />
Secondo la tradizione locale la lapide trovava posto ai piedi dell&#8217;altare della chiesa dell&#8217;Angelo: La lapide risulta spezzata in più frammenti, accostando i quali si legge ancora la parte inferiore della figura di un abate. La cornice piatta, fortemente abrasa, reca incise alcune lettere, difficilmente leggibili, dell&#8217;iscrizione che correva lungo i bordi della lastra. La Milella Lovecchio analizzando da un punto di vista stilistico la resa del panneggio della zona inferiore dell&#8217;abito, colloca il manufatto fra XIII e XIV sec., datazione che sembra confermata anche dall&#8217;esame paleografico dei caratteri superstiti dell&#8217;iscrizione, collocabili, per l&#8217;alternanza di lettere maiuscole, minuscole ed onciali, nel XIV sec.</p>
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<p><strong>21-CROCIFISSO IN PIETRA</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure: cm 44x54x15<br />
Stato di cons.: Mediocre,specie parte posteriore, fortemente abrasa.<br />
Collocazione: E&#8217; conservato presso il Museo di Orsara.<br />
Incerta la provenienza. La croce presenta gli apici trilobati e raggi all&#8217;incrocio dei bracci. Sul recto è scolpito il Cristo crocifisso, secondo il tipo iconografico del Christus patiens: la testa, sproporzionata rispetto agli arti inferiori, è inclinata sulla spalla destra,con l&#8217;espressione del viso sofferente; le gambe sono leggermente arcuate. In alto, il cartiglio con la scritta INRI. Su verso è scolpita ad altorilievo la Vergine a figura intera, stante, avvolta in un lungo mantello,con le braccia incrociate sul petto. La testa è stata asportata. Sul verso la sagoma della croce è delineata da una sottile cornice a rilievo piatto. Si può confrontare con le numerose croci stradali, presenti in Molise, come ad esempio la Croce di Agnone presso la chiesa di Sant&#8217;Emidio.</p>
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<p><strong>22 &#8211; ACQUASANTIERA</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo<br />
Misure<br />
Stato di cons.: Mediocre<br />
Collocazione: Conservata presso la Chiesa di Santa Maria delle Grazie o dei Morti di Orsara.<br />
Proviene dalla chiesa dell&#8217;Angelo. E&#8217;costituita da colonnina e vasca, oggi separate. La colonnina bombata presenta scolpita in alto una baccellatura. Il parallelepipedo sul quale poggia la vasca riporta al centro di ogni lato una rosetta scolpita in un riquadro. La vasca circolare è ornata,nella parte inferiore, dal medesimo motivo baccellato.</p>
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<p><strong>23-BUSTO FRAMMENTARIO</strong><br />
Materia: Pietra<br />
Tecnica: Scultura a tutto tondo.<br />
Misure: cm 20x15x40<br />
Stato di cons.: Cattivo. Il pezzo è frammentario.<br />
Collocazione: Si trova all&#8217;aperto, davanti alla chiesa vestibolo.<br />
E&#8217; stato sovrapposto alla formella di cui al n. 8 del nostro catalogo e proviene dalla chiesa dell&#8217;Angelo. Si tratta del busto acefalo di un canonico come si evince da particolari ancora riconoscibili della veste (bottoncini, cintura). Sembra databile,proprio per tali particolari, al XVI o XVII sec. Bibliografia Scheda OA presso la Soprintendenza ai Beni AA.AA.AA.SS. della Puglia. Bari.</p>
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<p><strong>24-FRAMMENTI DEL CORO LIGNEO</strong><br />
Materia: Legno<br />
Tecnica: Intaglio<br />
Misure<br />
Stato di cons.: Pessimo<br />
Collocazione: Conservati presso il museo di Orsara.<br />
Secondo la tradizione facevano parte del coro della chiesa dell&#8217;Angelo, poi spostato fra XVI e XVII sec. durante lavori alla chiesa parrocchiale Il coro constava,secondo la tradizione, di diciannove stalli fra cui, al centro, lo stallo maggiore per l&#8217;abate. Si distinguono,fra i frammenti conservati, una cornice intagliata a volute vegetali con uccellini fra le foglie, una cornice con mensolette rette da testine umane; pezzi di cornice ornate da motivi del repertorio classico (ovoli ecc.) da cui emergono le colonnine scanalate,che suddividevano i dossali; un pannello di dossale con cornice intagliata a racemi, fiancate a giorno con elementi vegetali e droleries. La compresenza di elementi decorativi di tradizione medioevale e di ornati desunti dal repertorio rinascimentale caratterizza quest&#8217;opera di produzione locale che trova riscontro in altre simili opere di intaglio pugliese del XVI sec. (coro della chiesa di S. Bernardino a Molfetta.</p>
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<p><strong>25-STATUA DI SAN MICHELE ARCANGELO</strong><br />
Materia: Legno policromo; argento<br />
Tecnica: Intaglio<br />
Misure<br />
Stato di cons.: Buono<br />
Collocazione: Di solito conservata presso la chiesa parrocchiale di Orsara, trasferita nella grotta dell&#8217;Angelo durante i giorni della festa di San Michele Arcangelo.<br />
San Michele Arcangelo, in costume di guerriero antico, tiene alzata la spada nella mano destra e regge lo scudo con la sinistra, pronto a colpire il demonio -rappresentato con fattezze umane e pelle scura- cui schiaccia il petto col piede destro. L&#8217;atteggiamento dinamico è evidenziato dalla leggera torsione del busto. Lo scudo, la cintura e la spada sono realizzati in argento. Secondo gli studiosi locali la statua sarebbe opera dello scultore Giacomo Colombo. La Pasculli Ferrara, in base a confronti stilistici- statue di San Michele per S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone a Napoli,per la chiesa di S. Giovanni Battista delle monache sempre a Napoli e per la Matrice di Castrignano del Capo (1707)- ritiene la statua di Orsara opera di Nicola Fumo e la colloca entro il primo quarto del XVIII sec. Afferma inoltre che lo scudo argenteo,che riporta l&#8217;iscrizione: &#8220;A Devozione di D. Michele Curci iuniore- nipote di Michele Curci seniore An. D. NI 1783&#8221;, sia una riedizione più tarda dell&#8217;originale perduto.</p>
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<p><strong>UN CALICE IN ARGENTO (Di Giovanni Boraccesi)</strong><br />
Un calice in argento, argento dorato con tracce di smalti traslucidi nei colori blu e verde : Un calice di fattura sulmonese. Una ricerca ancora in corso sull&#8217;argenteria sacra pugliese d&#8217;età medioevale ha portato al rinvenimento di un prezioso e inedito manufatto custodito nella chiesa di San Nicola di Bari ad Orsara di Puglia. Si tratta di un calice in argento, argento dorato e con tracce, seppure infinitesimali, di smalti traslucidi nei colori blu e verde. Nell&#8217;attesa certo di più approfondite analisi, che meglio evidenzieremo in altra sede, è fuori dubbio che esso sia un oggetto prodotto a Sulmona molto presumibilmente a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento, comunque non oltre la metà del XV secolo. La città abruzzese, infatti, fu centro assai qualificato nella lavorazione dei metalli preziosi tante che in un vasto e ben documentato quadro di rapporti con la nostra regione da quì giunsero diverse opere ragguardevoli come la notissima copertura di Evangelario della Cattedrale di Lucera, ora nel vicino museo Diocesano, e taluni altri reperti conservati nel tesoro della Cattedrale di Troia e nel Tesoro della Basilica di San Nicola di Bari. Le parti originali del Calice di Orsara sono per l&#8217;esattezza la base e il fusto mentre la coppa, caratterizzata da decori vegetali a sbalzo e traforo di chiara produzione napoletana, sostituisce quella primigenia andata molto probabilmente perduta nel corso del XVII secolo e dove, forse, era impresso il punzone sulmonese. La base mistilinea è contrassegnata da sei lobi alternati a punte e da un orlo modanato punzonato nel mezzo di minuti fiorellini. La nervatura centrale di lunghe foglie attorcigliate, suddivide il piede in sei scomparti, da un fondo &#8216;a buccia d&#8217;arancia, emergono sei cornicette quadrilobate che accolgono altrettante piastrine ove sono incisi santi a mezzo busto, un tempo smaltati come lo erano quelli del sovrastante nodo oltre agli elementi floreali (gigli angioini?) del fusto esagonale. Non conosciamo l&#8217;artefice del calice di Orsara ma alcuni particolari, come l&#8217;insieme delle parti costruttive e la presenza di fiorellini ai lati dei santi posti nei quadrilobi oltre a taluni caratteri fisiognomici, portano per intanto ad accostarlo a quello noto e assai meglio conservato del Convento della Santissima Trinità di Sepino (Campobasso) che però, proviene dalla locale chiesa dell&#8217;Annunziata. Questo calice porta bene in evidenza il nome del maestro Nicola Aventino di Sulmona. Un elemento, forse, che potrebbe giustificare l&#8217;arrivo ad Orsara di un simile manufatto, tutto però da approfondire sul piano delle indagini, non possa altro che per un evidente anacronismo è dato dalla presenza a Troia del Vescovo Nicola de Casis o de Cesis che, originario dell&#8217;Abruzzo, amministrò la Diocesi dal 1361 a prima del 1366 che è l&#8217;anno del trasferimento a Venafro, del suo immediato successore Guido. Proprio in questo territorio diocesano rientrava il comune di Orsara di Puglia sede, peraltro, di un importante ed antico complesso abbaziale, sotto il titolo di San Michele, del quale bisogna tener conto in questa vicenda.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Orsara di Puglia &#8211; Luoghi di Interesse</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/orsara-di-puglia-luoghi-di-interesse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 10:58:32 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/?post_type=informazione&#038;p=1265</guid>

					<description><![CDATA[Si possono ammirare il bel portale, la scalinata d&#8217;accesso al piano superiore, la cantina in tufo e lo stemma con quadrupede rampante e corona. Segue il pianterreno, con la scritta in chiave O. M. VALENTINO / [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si possono ammirare il bel portale, la scalinata d&#8217;accesso al piano superiore, la cantina in tufo e lo stemma con quadrupede rampante e corona. Segue il pianterreno, con la scritta in chiave O. M. VALENTINO / A D 1778 .<br />&nbsp;</p>
<h2>Palazzo Valentino sec. XV</h2>
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<p>Si possono ammirare il bel portale, la scalinata d&#8217;accesso al piano superiore, la cantina in tufo e lo stemma con quadrupede rampante e corona. Segue il pianterreno, con la scritta in chiave O. M. VALENTINO / A D 1778 .<br />
Tutto l&#8217;immobile era già esistente nel 1727 all&#8217;epoca del Catasto Onciario e fu ,con molta probabilità, la residenza di un ramo della famiglia Poppa (forse di Carlo Antonio Poppa), che in seguito vendette alla famiglia Valentino. Antica è dunque l&#8217;epoca di costruzione.</p>
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<h2>Palazzo Spontarelli sec. XVI</h2>
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<p>Spontarelli vi eresse la propria dimora nel XVI secolo, ampliando la preesistente costruzione. Il palazzo si articola su tre piani ed occupa un&#8217;unica insula , ha numerosi ambienti ed una cantina di notevole pregio. Già dal 1615 fu sede di eminenti Abati e poi divenne la dimora di questa famiglia. L&#8217;immobile è stato ristrutturato con la legge 219/80 ed ha conservato la sua struttura e le sue caratteristiche. Il bel portale che immette al pianterreno ed al piano superiore reca incisa la data 1615 sull&#8217;arco a tutto sesto e uno stemma di prelato (Abate), posto sopra l&#8217;arco, con la scritta NEFRA(N) GARINUNDIS, che è il motto della famiglia e che potrebbe essere con molta probabilità il seguente:&#8221; NE FRA(N)GAR IN UNDIS&#8221; ( Nella tempesta non sarà abbattuto). Nel 1728 lo troviamo censito al n. 224 al Piano di Donna Cecilia e vi abitava l&#8217;Abate Giovanni Spontarelli con la madre, una sorella, un nipote e la serva Giuditta.</p>
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<h2>Palazzo Scoglietti sec. XVII</h2>
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<p>La sua importanza è dovuta al fatto che a più riprese fu adibito ad ospedale , nel 1656, nel 1764 e nel 1837.<br />
Dal Registro dei defunti del 1837 &#8221; &#8230; Si è tenuto preparato l&#8217;Ospedale consistente in cinque stanzoni nel cosi detto Palazzo di Scoglietti isolato, al Largo di Cola Palumbo, di aria elevata, con letti ed ospidalieri per le donne, e per gli uomini&#8230;&#8221; Andando a ritroso nel tempo lo ritroviamo nel I tomo dei defunti quale luogo di ricovero e cura di forestieri che transitavano per il paese, specialmente in occasione di carestie, calamità naturali o di epidemie .</p>
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<h2>Società dei Candelari sec. XIX</h2>
<p>Questo pianterreno , dall&#8217;apparenza modesta, deve la sua importanza all&#8217;architrave su cui sono scolpiti una squadra, un compasso, un filo a piombo, una cazzuola , simboli inequivocabilmente riconducibili a qualche società segreta, forse quella dei liberi muratori, assai attiva in Orsara . L&#8217;immobile quindi risale almeno al XVIII secolo.</p>
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<h2>I Casali</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; tradizione che, tra l&#8217;XI e il XV secolo, Orsara si sia ingrandita assorbendo la popolazione dei casali circonvicini dei quali, perciò, non si può omettersi la storia.<br />
Nel medioevo la parola &#8220;casale&#8221; indicava un gruppetto di case con pochi abitanti, dipendente da un castrum&#8221; o da una &#8220;civitas&#8221;. Con le parole &#8220;castrum, oppidum o castello&#8221;, che non avevano alcun riferimento militare, si indicavano i centri abitati minori, muniti di opere difensive (mura e fossati). La parola &#8220;civitas&#8221; indicava un centro abitato importante. Con &#8220;terra&#8221; si indicava un territorio con uno e più centri abitati minori e cioè castelli o casali.</p>
<p>Alcuni centri abitati del territorio orsarese avevano una notevole importanza e consistenza; così Crepacore, Montellere e Ripalonga, che ebbero opere difensive e, in alcuni periodi della loro storia, anche una guarnigione militare. E&#8217; opportuno, quindi, riferire più dettagliate notizie di ciascuno di essi.<br />
Era sull&#8217;omonima montagna, non lontano sia dalla fortezza detta Castellione o Castiglione e sia dal luogo ove c&#8217;e la chiesetta e la fonte di S. Vito (altitudine 959 metri); presso questa fonte, in epoca romana, c&#8217; era la stazione di posta Mutatio Aquilonis sull&#8217;importante Via Trajana, che congiungeva Benevento e Brindisi. La fortezza, costruita anticamente per proteggere i viandanti dai briganti che battevano la zona del monte Buccolo, fu restaurata per l&#8217;ultima volta nel 1269 per ordine di Carlo I d&#8217;Angio, che vi chiamò a presidiarla i Provenzali trasferitisi, poi, a Faeto.<br />
IL casale era sotto la giurisdizione del vescovo di Troia. aveva un feudatario laico (forse il castellano) ed i Benedettini di Monte Cassino vi avevano vasti possedimenti ricevuti da Roberto il Guiscardo nel 1080 e dal duca Ruggiero Borsa nel 1090; perciò &#8220;Castellione de Apulia&#8221; è inciso sulla porta bronzea della basilica cassinese che elenca i possedimenti benedettini.<br />
Il casale, distrutto da Guglielmo il Malo (1120-¬1166) nel 1161 e da Federico I (1194-1250) nel 1234, fu definivamente abbandonato dopo il 1300. In un atto del 1324, stipulato per fissare i confini tra Crepacore e Ripalonga con l&#8217;intervento del Giustiziere di Capitanata e dei sindaci dei paesi circonvicini è attestata la presenza del &#8220;venerabile Imperio De Orazio, vicepriore a Barletta dell&#8217;ordine Ospedaliero Gerosolimitano, cui appartiene il casale di Crepacore con diritti e pertinenze&#8217; (&#8220;venerabilis viri domini fratris Imperj de Orazio ordinis Ospitalis Hyerosolimitanis viceprioris in Barulo ad quem casale Crepicordiy dicitur pertinere cum Juribus et pertinentiis&#8221;).<br />
Nei secoli successivi, in località S. Vito, c&#8217;era, a servizio del viaggiatori, l&#8217;Osteria di Gualtieri. Un taverna esisteva anche nel 1810, quando la strada aveva ancora un discreto traffico.Dall&#8217;inizio del XIV secolo, cominciarono le contestazioni, per 1&#8217;affermazione degli usi civici sul vasto territorio di Crepacore, tra i Comuni di Orsara, Castelluccio Valmaggiore (cui si sostituirono Celle Faeto quando acquistarono l&#8217;autonomia) e Greci. La questione rimase sopita quando Ferdinando II D&#8217; Aragona (1467-96) destinò la zona all&#8217; allevamento delle regie razze di cavalli. Nel 1693, dismesso l&#8217;allevamento dei cavalli, il regio Fisco vendette il feudo ad Ippolito Alessandro per 10817 ducati; in seguito. Crepacore passa ad altri feudatari finchè, nel XVIII secolo, pervenne ai Maresca, duchi di Serracapriola.<br />
Il casale avrebbe avuto origine da un accampamento militare di Caio Marco (156-86 a.C.); onde il nome di Marianus, poi corrotto in Mallianus. Si ritiene anche che il nome sia derivato da un capo militare della Gens Manlia e, più precisamente, da Caio Manlio, che fu ufficiale di Silla e, nel 63 a. C. in Toscana, centurione di Catilina. Nell&#8217;XI secolo, in questo luogo c&#8217;era il monastero basiliano di S. Nazzaro il cui abate Paolo nel 1059 comprò, per 18 soldi d&#8217;oro da Atenolfo di Benevento, una terra con annesso mulino presso la chiesa di S. Benedetto di Troia. Il casale, di cui non si hanno notizie, e il monastero erano già scomparsi quando, il 18 agosto 1462, a Magliano iniziò la battaglia tra Angioini e Aragonesi. Il feudo di Magliano, esteso circa 1200 ettari (48 carra e 12 versure), pervenne ai Guevara insieme ad Orsara.<br />
A circa quattro chilometri dal centro urbano, a N-NE, tutta la contrada che si estende alla destra del Sannoro prende il nome di Magliano. Essa comprende il territorio tra il torrente Sannoro, la provinciale 123 Troia-Orsara, la provinciale 111 S. Francesco-S.Lorenzo e il torrente Lavella.<br />
Questo toponimo è attestato in diverse parti d&#8217;Italia. La sua origine è schiettamente romana e deriva da Manlius una fra le più antiche genti di Roma.<br />
Nel territorio di Orsara, Magliano venne a trovarsi su un asse viario secondario, quel ramo che all&#8217;altezza della stazione &#8220;Mutatio Aquilonis&#8221;, deviava per i piccoli insediamenti di Crepacore, Cancarro, S.Cireo, Magliano, Torre Guevara, Spuntoni e, all&#8217;altezza di B.go Giardinetto, si innestava nella AECE-AUSCULUM. Questo tracciato, secondo l&#8217;Alvisi, corrispondeva all&#8217;antica via HERCULEA.<br />
Nella zona di Magliano i rinvenimenti sono stati numerosissimi, in particolare nell&#8217;area d&#8217;insediamento rurale, sono venuti alla luce reperti di vario genere: grosse anfore (attestanti la presenza di una Taberna), la base di una colonna, un disco in terracotta assai caratteristico, olle, lucerne, monete di varie epoche e un&#8217;ara di Apollo di rilevante interesse. Quest&#8217;ultimo reperto fu rinvenuto nel 1974 in contrada Belladonna di Magliano e ultimamente è stato fatto oggetto di studio da parte della Prof.ssa Marina Silvestrini, del Dipartimento di scienze delle Antichità dell&#8217;Università di Bari, e della sua equipe.<br />
All&#8217;epigrafe, rovinata nella parte centrale dall&#8217;aratro, è stata data la seguente lettura:<br />
APOL[LINI] .SAN<br />
CTO V[IC] [MAN]LI<br />
ANO .L. [AEM] [KI]<br />
ON. (AUG). N. CO<br />
LONUS. FECIT<br />
(Al Sacro Apollo nel vico di Magliano Lucio Emilio Kion, colono del nostro Augusto, eresse)<br />
Le lettere tra le parentesi sono le integrazioni più logiche. Se si escludono le parole di facile lettura, infatti, anche MAN è senza dubbio l&#8217;integrazione più logica a LI / ANO, sia per la grandezza delle lettere e soprattutto perché nella zona l&#8217;unico toponimo attestato sin dal X-XI sec.<br />
Ad esso erano collegati gli insediamenti disseminati lungo la valle dell&#8217;AUFENS (Lavella) e del torrente Verghineto posto come abbiamo evidenziato sul tratturo Alfedena-Candela. Questo, che era uno dei più antichi tratturi, si immedesimava parzialmente con la via MINUCIA. L&#8217;itinerario di questo tratturo era il seguente: Pescoasseroli, Alfidena, Castel di Sangro, Servia Cantalupo, Supino, Santo Marco, Crepacore, Orsara, Bovino, Illicito, e Ascoli.<br />
Di Cicco ipotizza che le vie romane dovettero utilizzare, in molti casi, preesistenti tracciati viari in posti dallo stato dei luoghi e dai bisogni delle greggi trasmigranti e afferma che qualche percorso tratturale abbia conservato la sequenza di itinerari preromani e molto antichi.Forse il Vicus di Manliano venne edificato proprio là dove i due assi viari si intersecavano. Non è da escludere che anche i suoi abitanti, con quelli degli altri Vici o Oppiduli del territorio orsarese e degli altri vicini paesi parteciparono alla battaglia di Giardinetto durante la guerra Gotico-Bizantina. Certo è che MANLIANUS sopravvisse al periodo più buio della storia e lo ritroviamo nel diploma dell&#8217;Imperatore d&#8217;Oriente del 1024 (&#8230; Et inde ascendens ad caput Manliani descendit ad lavellam) e in un altro documento del 1059 viene indicato come il luogo in cui era ubicato il monastero basiliano di S. Nazario. Questo importante reperto, con figure antropomorfe scolpite ai quattro spigoli in alto, recava la statua di Apollo, segno di un diffuso culto nella zona. Risale al I sec. a.C. ed è la testimonianza diretta della intensa colonizzazione romana non solo del Vicus ma di tutto il territorio orsarese.<br />
Proprio in questi giorni in località Cervellino, Fontana dell&#8217;Ospedale, luogo da cui provengono l&#8217;epigrafe riportata dal Mommsen nel C.I.L., la statua acefala custodita nel museo diocesano, è venuto alla luce uno stupendo esemplare di bronzetto votivo raffigurante Apollo pitico, l&#8217;Apollo che uccide il serpente avvinghiato ad un tronco. Il bronzetto, in ottimo stato di conservazione, è , però, privo dell&#8217;avambraccio sinistro e, forse, anche del tronco intorno a cui era attorcigliato il serpente. Il taglio degli occhi e la capigliatura lo ricollegano senza ombra di dubbio alla Magna Grecia, a quei coloni che su queste balze ebbero contatti con il popolo dauno, prima, e con i sannita poi. Esso inoltre, ci dà una ulteriore conferma che la zona era venerato in maniera particolare Apollo e che vi era un tempio. I bronzetti votivi, infatti, venivano collocati nei templi. Questo ritrovamento riveste una particolare importanza perché è strettamente legato agli altri ritrovamenti: l&#8217;ara di Apollo, la scritta ellenistica e l&#8217;OYNOKAY rinvenuto a ridosso dell&#8217;abitato.Ciò non solo avvalora l&#8217;ipotesi di un&#8217;origine antica di Orsara ma ci permette di sperare in ritrovamenti ancora più importanti se si sensibilizza l&#8217;opinione pubblica e se si avvia una campagna di scavi in alcune zone del territorio, non ancora profanate dalla mano dell&#8217;uomo.<br />
Il casale era nei pressi dell&#8217;odierno Borgo Giardinetto sulla strada statale n. 90. La località, in buona posizione ove la valle del Cervaro sbocca nella pianura pugliese, ebbe sem­pre un notevole interesse militare. Il nucleo abitato avrebbe avuto origine dall&#8217;accampamento postovi, nel 217 a.C., dal cartaginese Annibale; perciò, durante il medioevo, veniva ancora indicato come Castra Annibalis. Nel 546, durante la guerra gotica (535-553 d.C) vi stettero accampati prima il comandante bizantino Giovanni il Sanguinario e, poi, Totila, re dei Goti. Nel 1071 fu donato a Stefano, vescovo di Troia, dal papa Alessandro II (1061-1073). Agli Inizi del XII secolo pervenne all&#8217; abbazia di Orsara, i cui possedimenti si estendevano oltre Monte Calvello, fino a PonteAlbanito. L&#8217; estensione del territorio, nel XIX secolo, era di circa 260 ettari (13 carra).<br />
E&#8217; indicato anche come Montilari, Montellare Montella, Montolio, Mons Olei, Mons Ylaris, Mont Larix, Mons Lares e, forse, Vico Palazzo e Julianus Locus. Era il centro abitato più importante nel temritorio di Orsara ed, in effetti, non era un casale, poichè si ritrovava attorno o in prossimità di una fortezza. Il sito era tra Monte Squarciello e la località Crustola circa cinque chilometri ad est di Orsara. Non vi sono ruderi; ma sarebbe interessante farne una ricerca sistematica per poterne precisare esattamente il sito. Sarebbe stato fondato come tempio ai Lari da soldati di Caio Mario stanziati nella vicina Magliano. Nel medioevo c&#8217;era un castello, forse costruito da Longobardi come avamposto contro i Bizantini. La prima citazione della località risale al 742 d.C. quando il principe di Benevento Arichis II (753-88) vi tenne un &#8220;placito&#8221; riguardante 1&#8217;abate beneventano Maurizio.<br />
Nell&#8217;XI secolo divenne un&#8217;importante roccaforte normanna e fu il soggiorno preferito di Drogone conte di Puglia e capo di tutti i Normanni dell&#8217;Italia meridionale. Durante la notte tra i1 9 e il 10 agosto del 1051 (vigilia della festa di S. Lorenzo), il conte Drogone. recatosi nella chiesa di Montellare, fù ucciso da suo compare Riso, che vi si era appostato con i compagni. Accorse Umfredo, fratello di Drogone, e, dopo due mesi di assedio, espugna Montellere catturando e giustiziando gli uccisori del fratello; Riso fu seppellito vivo dopo che gli furono tagliate braccia e gambe.<br />
E&#8217; tradizione che a Montellere (e non a Foggia come riferiscono le fonti ufficiali), nel 1285 morì Carlo I d&#8217;Angio; vi si era fermato mentre si recava a Brindisi per preparare una flotta da spedire contro la Sicilia, ribellatasi dopo i Vespri Sicillani. Montellere era in rapido declino nel XIV secolo e già disabitata agli inizi del XV. Nel 1479 era devoluto alla R. Corte. Ferdinando I d&#8217;Aragona lo vendette, insieme a Castelluccio del Sauri, a Diego Cavaniglia per quattromila ducati.<br />
II castello esisteva ancora il 6 aprile del 1622, quando vi mori, per tisi, Giulia Boncompagno, moglie del duca Giovanni III Guevara di Bovino. Del territorio di Montellere faceva parte anche la tenuta di Cervellino. Non molto lontano da Montellere c&#8217;era la chiesa di S. Pietro di Montella o di Sannoro, molto rinomata nel medioevo.<br />
S. Pietro in effetti era un santuario circondato da un territorio abbastanza vasto che si estendeva tra i torrenti Sannoro e Lavella all&#8217;incirca nelle località oggi denominate Forapane e, in parte, Magliano e Torre. Non se ne hanno notizie per l&#8217; epoca posteriore al XII secolo.<br />
Era detto anche Monte Majuri o Mons Majuris. Non sembra vi fosse un casale, anche se è citata una &#8220;villa monte Majuris&#8221;. C&#8217;era un monastero che nel medioevo risultava &#8220;costruito ai piedi di Monte Maggiore entro i confini di Troia&#8221; (&#8230;constructum est in loco qui pes montis majuris dicitur&#8230;in finibus civitatis troie). Poichè le antiche scritture accennano ad un forte, il sito potrebbe essere l&#8217;odierna masseria Valentino o, meno probabilmente, la località Ischia.<br />
II monastero, in origine basiliano e poi benedettino, era dedicato ai Santi Nicandro e Marciano; ebbe notevole importanza nell&#8217;XI con gli abati Fortunato (a. 1064 &#8211; 1068) e Giovanni (a. 1078); non e più ricordato nelle epoche successive. Una bolla in data 10 novembre 1100 del papa Pasquale II annovera &#8220;montem majurum&#8221; fra i possedimenti del vescovo di Troia.<br />
Dopo un lungo periodo di oblio, la zona si ritrova come parte del territorio di Orsara.<br />
Era detto anche Mons Porghisius o Mons Pisi. Il sito era sulla collina (altitudine 785 metri) che ancora oggi porta lo stesso nome, circa due chilometri a sud di Orsara. Il casale è citato la prima volta nel diploma del catapano Basilio Bogiano, datato al 1019 e scritto in greco. Negli atti medioevali e sempre indicato come soggetto alla giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Bovino, al quale sarebbe stato concesso nell&#8217;anno 969 da Landolfo, arcivescovo di Benevento, insieme ad altri paesi fra cui Montaguto, Montellere e Panni.<br />
Non si rinviene alcun riscontro della tradizione secondo cui di questo casale sarebbe originaria la famiglia Frisoli, della quale faceva parte anche il beato Giulio Frisoli, il cui corpo mummificato si troverebbe nel santuario di Montevergine presso Avellino.<br />
Il casale si trova ancora citato agli inizi del XIV secolo. E&#8217; tradizione che sarebbe stato distrutto dalle formiche ed abbandonato nel 1525 (si ricorda, una tradizione simile per i casali Iondre,<br />
S. Pietro e S. Maria presso S. Agata di Puglia, i cui abitanti avrebbero fondato l&#8217;odierna Scampitella).<br />
Tra Orsara e Montaguto, nella località oggi detta Calabrese, nell&#8217;XI-XII secolo, c&#8217;era il casale detto Sambuceto o Sambrui.<br />
Nei diplomi medioevali le due denominazioni sono sempre distinte, per cui è da escludere che si riferiscano allo stesso luogo. Non è possibile stabilirne con esattezza i siti perchè non sono visibili ruderi. Ripalonga era nella zona che ancora oggi porta lo stesso nome, circa quattro chilometri a nord di Orsara. Il casale si forma attorno ad una roccaforte, denominata Castellum Novum ed edificata da Melo di Bari durante la rivolta contro i Bizantini (1010-1020). Nel 1080, Roberto il Guiscardo ne donò il territorio all&#8217;abbazia beneventana di S. Sofia.<br />
Nel XII secolo, la popolazione, decimata dalla malaria, si era molto ridotta. Il casale fu definitivamente abbandonato &#8211; dopo essere stato distrutto da un incendio agli inizi del XIV secolo; infatti, Ripalonga risulta disabitata in due diplomi di Carlo II d&#8217; Angiò datati al 1304 e al 1309. Negli anni successivi, l&#8217;abbandono del casale non era considerato definitivo perchè, in un atto del 1324 per la delimitazione del confine tra Crepacuore e Ripalonga, intervennero i sindaci dei paesi vicini ed anche Pietro Ardingo, qualificato come sindaco di Ripalonga.<br />
Santa Croce di Portula era una chiesa non lontana la Ripalonga; forse era nei pressi del monte Buccolo sulla Via Trajana. Di essa non vi è più cenno nelle fonti storiche a partire dall&#8217;epoca in cui scomparve Ripalonga; sembra, perciò, che vi fosse uno stretto collegamento tra il casale e la chiesa.<br />
Dopo che i superstiti di Ripalonga si rifugiarono Orsara, la zona venne denominata Terra Strutta. Il fatto che con questo nome, in passato, si indicavano anche i ruderi di Equotutico (tra Greci e Castelfranco) e di un Vecelio (oggi Vetruscello presso Faeto) fa pensare che il nome veniva dato a qualsiasi località in cui vi erano i ruderi di preesistenti centri abitati.<br />
E&#8217; tradizione che da Ripalonga o da S. Croce di Portula proviene la bella croce di pietra scolpita che, restaurata, oggi trovasi nella chiesa parrocchiale di Orsara.</p>
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<h2>La Cinta Muraria</h2>
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<p>Il paese, che molto probabilmente risale ad epoca assai remota, fu fondato su un pianoro circondato da tre torrenti che ne costituivano la difesa naturale contro gli assalti dei nemici.<br />
Ad est scorre il Canale Catella, proprio a poca distanza dalla cinta muraria, che ancora si erge con le sue maestose torri, ad ovest scorre il Canale Botte e a Nord il torrente Canale della Grotta, nel quale i primi due confluiscono chiudendo la magnifica difesa naturale con un notevole dirupo.<br />
A sud le mura di cinta e il terreno scosceso chiudevano l&#8217;abitato come una sorta di castello. I resti delle mura, così come li possiamo ammirare, sono indubbiamente dell&#8217;alto medioevo.<br />
Di esse, però, abbiamo notizie antecedenti in vari scritti. Secondo una leggenda, comune a quasi tutti i centri della Daunia, Orsara sarebbe stata fondata da Diomede durante le sue guerre contro gli elementi indigeni. Egli vi costruì il castello fortificato per tenervi i suoi depositi e farvi soggiornare i compagni che avevano bisogno di curare le ferite riportate in guerra. Secondo l&#8217;Avv. Cotugno durante la guerra punica, e precisamente nel periodo in cui Annibale si accampò su monte Calvello, i consoli romani T. Marrone e L.P. Emilio posero un presidio avanzato in Orsara e per rafforzarne le difese costruirono le torri e la cinta muraria. Probabilmente su vecchie fortificazioni fecero erigere delle difese per avere a disposizione luoghi fortificati entro cui rifugiarsi in caso di pericolo.<br />
Lo stesso T. Livio d&#8217;altronde afferma che&#8221;&#8230; Fabius per loca alta agmen ducebat modico ab hoste intervallo, ut neque omitteret eum neque congrederetur. Castris nisi quantum usus necessarii cogerent, tenebatur miles&#8230;&#8221; prima che&#8221;&#8230;ex hirpinis in Samnium Transisse (transit) &#8230;&#8221;. Pare logico quindi supporre che la catena di fortificazioni servisse ad isolare il nemico ma anche per avere un rifugio sicuro contro eventuali attacchi nemici.<br />
Entro le mura si sviluppò una piccola comunità che accolse anche parte delle popolazioni dei vicini Casali. D. Domenico Rosati, Vicario Capitolare di Troia, nello scrivere gli&#8221; STATUTI o CAPITOLARI DEL CLERO DI ORSARA&#8221; scrisse nella prefazione la storia del paese. Egli ritiene antichissima la chiesa di Orsara, edificata al tempo delle guerre civili (VII sec. d.C.): &#8220;&#8230;Orsara fu costretta a forma di castello, ristretta e murata, con bellissime torri, cinta e ciò perché fu rifugio e scampo di soldati, un sicuro asilo di piazza d&#8217;armi e fu costruito un grande ospedale dove si portavano i soldati invalidi&#8230;&#8221;.<br />
Una riprova che il paese fosse stato cinto da mura già da tempi remoti si ha anche dalla denominazione di &#8220;Castrum Ursariae&#8221;.<br />
Il Prof, Michele Cappiello nel suo libro &#8220;Appunti per una Cronistoria di Orsara&#8221; curato e pubblicato postumo dalla Preside Prof.ssa Ileana Cappiello, afferma che gli Orsaresi presero per loro protettore S. Michele e gli dedicarono lo Speco, esistente extra moenia : chiama il nostro paese Castello<br />
Lo stesso Lorenzo Giustiniani fa risalire la chiesa di Orsara ai primi tempi del Cristianesimo. Le torri sarebbero poi state fortificate dai Longobardi per farne un baluardo contro i Bizantini.Quando l&#8217;imperatore d&#8217;oriente Costante II distrusse Troia nel 663 una parte dei suoi abitatisi rifugiò fra le mura di Orsara. La cinta muraria aveva bellissime torri a base rettangolare e intorno vi erano degli affossamenti che rendevano inaccessibile il paese. Il Del Giudice, nel parlare dello scontro tra Greci e Normanni, avvenuto nel 1016 afferma che &#8220;&#8230;le mosse dei Longobardi (alleati dei Normanni), fortificati in Orsara, furono per la così detta via denominata Guardiola&#8230;&#8221;.<br />
HIC REQUIE/SCIT ABB(A)S SYC(H)ILP(E)TRI<br />
SECUBDUS<br />
REQUIESCAT IN PACE AM(EN)<br />
EPIGRAFE ESISTENTE ALLA BASE DELL&#8217;ABAZIA, ADIACENTE AL PALAZZO BARONALE<br />
Un altro riferimento alla cinta fortificata lo si ritrova nel 1100, quando fu edificata la Chiesa della Madonna della Neve extra moenia vicino al canale Catella che lambiva quasi le torri. Anche nel 1320, quando i casali di Ripalonga e Crepacore furono abbattuti e incendiati, c&#8217;è un sicuro accenno alla fortificazione allorché ai suoi abitanti fu ordinato di radunarsi fra le mura di Orsara (14 bis Jannacchino). E&#8217; nel 15462, però, che questo possente baluardo assolve ad un impegno decisivo per l&#8217;Università di Orsara. Il 16 agosto dello stesso anno &#8220;&#8230; le milizie aragonesi si erano dirette verso Orsara, spostando tutto l&#8217;apparato bellico (comprensibile solo con una valida fortificazione), nella speranza d&#8217;indurre il duca G. D&#8217;Angiò e il Piccinino a battaglia campale con l&#8217;assedio della nostra città, loro amica, e insieme per non lasciarsi nemici alle spalle, gli Orsaresi vennero a patti a queste condizioni:&#8230;si sarebbero arresi8,e quindi avrebbero aperto le porte, se nel giro di quattro giorni non fossero giunti i soccorsi da parte angioina&#8221;.<br />
Il 5/10/1712 all&#8217;esterno di una delle porte cittadine avvenne un terribile fatto di sangue:&#8221;Il prete Dionigio Spadaio fu ucciso fuori porta S. Pietro con un colpo di pistola&#8221;.<br />
Ma da quante porte si poteva accedere nel paese?<br />
Le fonti storiche e quelle fotografiche ci dicono che ne erano quattro.<br />
Porta S. Pietro<br />
Porta S. Giovanni (poi S. Domenico)<br />
Porta di Greci (o porta Aecana?)<br />
Porta Nuova<br />
La prima si apriva là dove comincia Corso della Vittoria , la seconda (scomparsa all&#8217;inizio del secolo scorso) all&#8217;inizio di via S.Rocco attaccata alla chiesa di S.Giovanni Battista, la terza , tuttora esistente, alla confluenza di Via Serg. G. Volpe con via Trento e la quarta ubicata in via Napoli,(l&#8217;attuale strada di collegamento tra via C. Alberto e via Indipendenza, proprio laddove nel XVII secolo vi era l&#8217;abitazione della famiglia Scalzi). A queste probabilmente bisogna aggiungerne un&#8217;altra e che la tradizione ci ha conservato come &#8220;Portella delle Monache&#8221;, che quasi certamente si apriva di fronte alla chiesa della Madonna della Neve.<br />
Nel 1788 l&#8217;Amministrazione Comunale paga le spese per &#8220;&#8230;la sterratura della Porta di S. Pietro e relativo mondezzaio&#8221;.E&#8217; il segno evidente di un notevole abbandono e degrado della cinta muraria in alcuni punti. Poco più tardi, nel 1793(1723?), una lapide, posta sull&#8217;architrave di un&#8217;abitazione di Via Mentana ricorda ai cittadini&#8221;&#8230;In esecuzione dei reali Ordini non permesso sia a persona alcuna di buttare l&#8217;immondizie vicino alle case dell&#8217;abitato di Orsara se non in distanza di passi 5001(?) trenta docati per cont. Ed altre A.D. 1793(1723?)&#8221;.<br />
Era un evidente segno dell&#8217;abbandono in cui versava il paese tutto ed in particolare il prezioso patrimonio delle mura troppe volte sottoposto a scempi e ridotto a ricettacolo d&#8217;immondizie.<br />
Nonostante tutto, però, nel 1830, il 10 settembre, il Sindaco di Orsara afferma che dell&#8217;antico nucleo militare del paese esistevano le mura e parte delle torri con fossati che rendevano in passato il luogo inaccessibile alle invasioni esterne. Il problema delle mura dovette trovare dei validi difensori se nel 1862 l&#8217;Amministrazione Comunale decise d&#8217;intervenire per restaurarle. L&#8217;incarico venne affidato al Perito Calabrese e i lavori all&#8217;appaltatore Silvestro Marino per la somma di Lire 397,17.<br />
Ormai il paese aveva cominciato ad estendersi al di là del perimetro difensivo e lo sviluppo caotico e dissennato finì col produrre danni irreparabili: alcune torri furono inglobate nelle abitazioni. Leggendo l&#8217;art. 13 del Capo Quinto del REGOLAMENTO EDILIZIO del 1873 possiamo farci un&#8217;idea precisa della situazione del paese e del complesso delle mura in particolare. E&#8217; pregio del Regolamento, infatti, descrivere il PERIMETRO del paese:&#8221;Il perimetro del Comune è determinato a Settentrione da una cinta di mura che, partendo dall&#8217;antico Largo del Castello, si estende e si congiunge fino alla facciata estrerna e settentrionale del Conservatorio. Di là è delimitato da una continuazione di casamenti che guarda Ponente, siti nella collina che s&#8217;innalza al di sopra del sottoposto Torrente, e che prende il nome di Grotta di S. Michele, e, prolungando più in basso, di Granauro e, più in là a Mezzogiorno, di Fontana Vecchia ed indi, ascendendo la collina sovrastante, di Borgo Tufara, e, più in sopra, della niviera e verso oriente si estende nella strada S. Maria delle Nevi, nella sovrapposta strada delle Fontanelle. La detta strada di S. Maria delle Nevi, deviando verso settentrione, si congiunge colle vecchie mura di cinta del Largo Castello&#8221;.<br />
&#8220;Il perimetro del Comune è determinato a Settentrione da una cinta di mura che, partendo dall&#8217;antico Largo del Castello, si estende e si congiunge fino alla facciata estrerna e settentrionale del Conservatorio. Di là è delimitato da una continuazione di casamenti che guarda Ponente, siti nella collina che s&#8217;innalza al di sopra del sottoposto Torrente, e che prende il nome di Grotta di S. Michele, e, prolungando più in basso, di Granauro e, più in là a Mezzogiorno, di Fontana Vecchia ed indi, ascendendo la collina sovrastante, di Borgo Tufara, e, più in sopra, della niviera e verso oriente si estende nella strada S. Maria delle Nevi, nella sovrapposta strada delle Fontanelle. La detta strada di S. Maria delle Nevi, deviando verso settentrione, si congiunge colle vecchie mura di cinta del Largo Castello&#8221;.<br />
Siamo, si può dire, all&#8217;epilogo. Il paese stava estendendosi e delle mura non si ha preoccupazione alcuna di preservarle. Da questo momento il paese non avrà che un solo lato con le mura ancora visibili. In una foto degli inizi del 1900 da S. Rocco si vedono ancora cinque torrioni e la cinta muraria in buono stato di conservazione.<br />
Ultimamente, ed esattamente nel 1992, il PIANO DI RECUPERO DEL CENTRO STORICO dell&#8217;Ing. Mario Narducci ha evidenziato, tra l&#8217;altro, anche il problema della cinta muraria. E&#8217; pregio del lavoro aver ricostruito, tramite il Catasto Onciario del 1753, fatto oggetto di un accurato studio da parte del prof. A. Anzivino, la toponomastica antica e il perimetro delle mura cittadine e delle circa venti torri che si ergevano a regolare distanza fra loro. Il prezioso lavoro ha evidenziato che alcuni torrioni sono stati inglobati nelle abitazioni e sono ancora visibili tracce di mura antiche in Largo della Libertà, in via Buttazzi, in via Madonna della Neve, in via Daniele Mafia e in via Manin.<br />
Cosa resta di tutto questo patrimonio? Ben poco.<br />
Oltre alle torri e ad una piccola parte delle mura visibili in via Castello, ci sono PORTA GRECI, nota anche col nome di porta Ecana( forse perché immetteva su un ramo della via Herculea, che attraverso il nostro paese, proseguiva per Aecae) e PORTA NUOVA, che molto probabilmente fu l&#8217;ultima ad essere aperta, tra il XV e il XVI secolo, con la costruzione del palazzo della famiglia Scalzi o forse verso la fine del XIV secolo quando, costruita la nuova chiesa si rese necessario aprire un varco nella cinta muraria per avere un accesso più prossimo al complesso abbaziale, che era l&#8217;edificio religioso più prestigioso e dove ancora celebravano messa i commendatari e che era al centro di aspre lotte per il suo possesso.<br />
Prese il nome di Porta Nuova così come, nel 1544, prese il nome di Fontana Nuova l&#8217;attuale fontana istoriata in contrapposizione alla Fontana Vecchia. Porta Greci ha un notevole basamento e conserva intatto il suo impianto altomedievale: sono ancora visibili i fori degli alloggiamenti dei cardini delle massiccie porte. Porta Nuova lascia intuire un momento costruttivo successivo e il rafforzamento dei lati mediante muri di contrafforte a mo di sperone. Sono le uniche, se si eccettua Porta San Giovanni, della quale rimane il ricordo in un documento fotografico degli inizi del ‘900, che veramente hanno superato il tempo anche a dispetto del ripristino effettuato alle &#8220;PORTE&#8221; del paese dall&#8217;Amministrazione Comunale nel 1862.</p>
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<h2>Il complesso abbaziale dell&#8217;Angelo ad Orsara</h2>
<p>La sua origine è tradizionalmente localizzata in Asia Minore &#8211; in Frigia , intorno al III secolo; nel IV è nota la dedicazione di una Chiesa all&#8217;Arcangelo da parte di Costantino. Mentre nei secoli successivi esistevano a Costantinopoli almeno dodici chiese a lui dedicate.<br />
L&#8217;iconografia orientale,es. a Bisanzio si rappresentava S. Michele in clamide di porpora , come erano vestiti I cortigiani imperiali; mentre in occidente egli indossa una lunga tunica e acquista attributi di guerriero quali l&#8217;armatura, l&#8217;elmo, la lancia o la spada fiammeggiante<br />
S. Michele pesatore delle anime ( con la bilancia : posizione orientale) o giustiziere contro il demonio(con la spada: per l&#8217;occidente)?<br />
Il Concilio romano del 499 scelse per S. Michele il ruolo di ausiliario della divina giustizia (con la spada): combattente contro il drago o il serpente o comunque la bestia che rappresenta il diavolo (con riferimento scitturale all&#8217;Apocalisse di S. Giovanni oltre che alla cacciata degli Angeli ribelli col la spada o Croce con punta.<br />
Le origini del culto garganico sono piuttosto oscure, abbiamo a disposizione per tentarne una collocazione cronologica,alcune fonti agiografiche l&#8217;Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano, due diverse edizioni della Vita Sancti Laurentii, vescovo sipontino fra V e VI sec., e una versione greca dell&#8217;Apparitio. L&#8217;Apparitio è il testo base della leggenda e non dà alcuna precisa indicazione cronologica, anzi l&#8217;incipit sembra evocare tempi remoti. Il testo è stato trasmesso da codici del secolo X (uno forse dell&#8217;VIII ) e consta di tre episodi. Nel primo episodio un ricco proprietario di mandrie del luogo, di nome Gargano, ritrova un toro, che aveva smarrito, vicino a quella che sarà poi la grotta dell&#8217;Arcangelo;adirato, gli scaglia delle frecce che miracolosamente tornano indietro a colpire Gargano stesso. I Sipontini, impressionati dall&#8217;evento, chiedono consiglio al Vescovo che indice un digiuno di tre giorni al termine del quale Michele appare e conferma di essere stato l&#8217;autore del miracolo e di aver riservato per sè la grotta. Nel secondo episodio è narrata la battaglia dei Sipontini alleati con i Beneventani contro i Napoletani, definiti pagani; la vittoria dei Sipontini è attribuita all&#8217;intervento dell&#8217;Arcangelo,che era apparso al vescovo la notte precedente la battaglia e che dopo lo scontro imprime l&#8217;impronta dei suoi piedi presso il luogo dove sarà poi posta la porta settentrionale del Santuario. Nel terzo episodio i Sipontini, devoti all&#8217;Arcangelo, e dubbiosi sul luogo in cui edificare il Santuario a lui dedicato, chiedono consiglio al Papa che propone di aspettare l&#8217;anniversario della vittoria sui Napoletani che s&#8217;appressa. Il Vescovo, quindi, indice un digiuno di tre giorni dopo il quale l&#8217;Arcangelo appare e annuncia di aver egli stesso scelto il luogo e costruito la Basilica che può quindi essere venerata. Il protagonista del primo episodio è quindi un uomo di nome Gargano da cui,secondo l&#8217;Apparitio, avrebbe preso il nome il monte, mentre il toponimo era stato già citato da Virgilio e Orazio. Gargano assume però il ruolo di &#8220;eroe eponimo&#8221; della storia, grande possidente e uomo vendicativo che proietta i suoi caratteri sulla montagna e probabilmente esprime un&#8217;eco del culto primitivo di Gargan, il dio gigante proveniente dall&#8217;Oriente e onorato, dopo il Neolitico, anche nelle regioni occidentali della Francia. Non a caso il culto di Gargan era presente a Mont Saint Michel, che il vescovo di Avranches, Sant&#8217;Aubert, dopo alcune apparizioni,che hanno dei caratteri in comune con quelle dell&#8217;Apparitio garganica, consacrò a San Michele nel 709, dopo aver fatto abbattere i resti dei templi dove Gargan era onorato. E&#8217; noto come i due Santuari in questione siano stati legati sin da principio; quello di Mont Saint Michel, sorto due secoli circa dopo la chiesa del Gargano, fu edificato probabilmente sul modello di questa,utilizzando anche reliquie fatte venire di lì, fra cui una pietra del Gargano. Anche la leggenda di Mont Saint Michel, il così detto Monte Tumba, parla di un toro e molti sono i significati che si possono dare a questo animale tradizionalmente sacro e rituale. Il toro è stato messo in relazione con il montone nero di cui parla Strabone, riferendosi al Gargano. Egli infatti, in un brano della sua opera, parla di un monte Drion in cui sarebbero esistiti due templi: uno sulla cima, dedicato a Calcante, l&#8217;indovino che offriva i suoi oracoli a coloro che immolavano un montone nero e dormivano una notte sulla sua pelle,l&#8217;altro ai piedi del monte, dedicato a Podalirio, medico famoso, figlio di Esculapio, dal quale sgorgava un&#8217;acqua miracolosa che poteva guarire il bestiame malato. Si è giunti a pensare, dopo varie ipotesi di localizzazione, che questo monte vada identificato con l&#8217;odierno Monte Sant&#8217;Angelo. Così si è pensato che sia avvenuta in quel luogo una sostituzione diretta fra i culti di questi due mitici personaggi e quello dell&#8217;Arcangelo Michele: la grotta di Calcante sarebbe oggi il Sacro Speco e le acque dell&#8217;antico Alteno sarebbero oggi quelle, ritenute miracolose, della Stilla. Gli studi più recenti tendono a distinguere la Stilla dall&#8217;antico Alteno, che andrebbe piuttosto identificato con il torrente che scorre nel vallone di Carbonara, nascendo dal lago di Sant&#8217;Egidio, ai piedi di Monte Sant&#8217;Angelo e gettandosi nel golfo di Manfredonia presso Mattinata. Comunque il culto delle acque miracolose sembra legato all&#8217;immagine di San Michele fin dalla sua origine orientale e già a Colossae o Chonae, una delle prime sedi di devozione riconosciute, questo elemento acquatico è presente nei miracoli dell&#8217;Arcangelo. Gli elementi naturali, il bosco,le fonti, le grotte, suggerivano agli antichi la presenza di oracoli sacri; il culto di San Michele si configura come culto naturale, legato ad alcune situazioni ambientali precise: il monte, con luoghi elevati in genere,l&#8217;acqua, e ancora di più, la profondità delle grotte che entrano nelle viscere della terra e che contribuiscono così, con gli altri due elementi, a fare di San Michele il dominatore delle forze naturali, dell&#8217;acqua che stilla dalla roccia e del terremoto che spacca la terra. Il liber de Apparitione Sancti Michaelis in monte Gargano risale alla fine dell&#8217;VIII o ai primissimi anni del IX sec.; vi sono stati individuati due stadi redazionali che collegano e fondono nel racconto le origini del culto garganico (V-VI sec.) ed episodi storici (sconfitta dei Bizantini ad opera dei Longobardi di Benevento nel 650, unificazione delle diocesi di Benevento e Siponto) che si riferiscono ai secc. VII e VIII. Anteriormente al Liber de apparitione, nei testi liturgici non compare alcuna menzione del Santuario garganico. In precedenza i sacramentari ricordano solo la celebrazione della festa di San Michele il 29 settembre, data della dedicazione della Basilica Romana della Via Salaria elevata intorno alla metà del V sec. Solo nella seconda metà dell&#8217;VIII sec. alcuni codici interpolati del Martirologio Gerolimiano danno la notizia della dedicazione del 29 settembre riferendola al Gargano, mentre dal primo trentennio del IX sec. la dedicazione garganica viene celebrata alla data dell&#8217;8 Maggio. Le due tradizioni probabilmente si fusero a livello colto e ufficiale mentre al livello popolare la distinzione della festa romana da quella garganica è rimasta più a lungo. Le due date confermano il carattere agrario e il valore ciclico del culto che fa coincidere le festività con il momento iniziale e quello finale dei lavori agricoli, semina e mietitura quindi con i cicli di Autunno e Primavera. Questi periodi coincidono con quelli della transumanza come dimostrato dal fatto che Alfonso I fissò il 29 settembre e l&#8217;8 maggio per segnare l&#8217;apertura e la chiusura della &#8220;Regia Dogana della mena delle pecore in Puglia&#8221;.<br />
Paolo Diacono riferisce che nel 650 circa Grimoaldo, &#8220;bellicosissimus&#8221;, aveva sconfitto i Greci che volevano saccheggiare l&#8217;oracolo di San Michele sul Monte Gargano, diventandone così il protettore. L&#8217;episodio segna il primo incontro dei Longobardi con questo che diverrà il loro culto nazionale.La conversione definitiva dei Longobardi pagani e ariani al Cattolicesimo si ebbe con il successore di Grimoaldo, il Duca Romoaldo I e, probabilmente, la moglie di questi, Teuderada, promosse il restauro del Santuario garganico, dopo il saccheggio di Costante II. I Longobardi non ebbero difficoltà nell&#8217;accettare il culto di San Michele Arcangelo accanto a quello degli altri due protettori tradizionali, San Giovanni Battista e San Pietro, in quanto il carattere di Archistratego delle milizie celesti, dominatore delle forze naturali e combattente assiduo di quelle demoniache poteva facilmente portare alla trasposizione nell&#8217;Arcangelo di Wotan, la più importante divinità del Valhalla germanico. Il culto micaelico inoltre metteva d&#8217;accordo il carattere guerriero dei dominatori e l&#8217;ambiente popolare-contadino meridionale che vi ritrovava elementi delle proprie tradizioni magiche e di riti ancestrali. Il culto allora, da taumaturgico, assunse una connotazione guerriera e nazionalistica. Nacque l&#8217;immagine di San Michele che guida il popolo longobardo alla conquista dell&#8217;Italia Meridionale, come nella Chronica Sancti Benedicti, compilazione che risale al IX secolo, colma di spirito nazionalistico longobardo. Questo adattamento dell&#8217;iconografia micaelica allo spirito longobardo fu rallentato nell&#8217;Italia Meridionale dall&#8217;influenza greca. Infatti,ad esempio,il Santo appare sulle monete solo a partire da Sicone e con attributi iconografici di tipo bizantino: in figura frontale, con il pastorale nella mano destra e il globo crucifero nella mano sinistra, iconografia che trova riscontro nei rilievi più antichi esistenti sul Gargano.<br />
Che il santuario del Gargano sia diventato meta di pellegrinaggio e simbolo per le genti longobarde, è provato da un&#8217;analisi del corpus delle iscrizioni rinvenute sulle strutture dell&#8217;edificio di origine longobarda, strutture attribuibili ai secoli VIII-IX, coperte dagli interventi successivi e riportate alla luce fra il 1949 e il 1960. Le iscrizioni riportano nomi di pellegrini illustri, come lo stesso Romualdo, ma anche comuni. Studi onomastici hanno riconosciuto l&#8217;origine germanica dei nomi, in gran parte longobardi ma anche anglosassoni o di tradizione greco latina. Il pellegrinaggio ha avuto, come è noto, per l&#8217;uomo medioevale, un&#8217;importanza spirituale e culturale grandissima. Fosse diretto a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela in Galizia, o a San Michele nel Gargano, il pellegrinaggio veniva a simboleggiare la dedizione completa al culto della stessa vita, che la strada, con le sue insidie, metteva in pericolo. Il Santuario del Gargano si trova in una posizione piuttosto particolare a questo riguardo, in quanto luogo sacro e tappa del viaggio per la Terra Santa. Fra VIII e X sec. il fenomeno del pellegrinaggio al Gargano assunse dimensioni europee, come documentato ampiamente da Cronache e Itineraria dell&#8217;epoca, oltre che da documenti e rinvenimenti archeologici. Alla fine del X sec. risalgono due pellegrinaggi documentati, e cioè quello noto attraverso l&#8217;Itinerarium Bernardi Monachi e quello dei monaci inviati da Sant&#8217;Aubert, Vescovo di Avranches, nel 709, in seguito al cui viaggio sarebbe sorto il Santuario di Mont Saint Michel. L&#8217;Itinerarium Bernardi Monachi è la breve cronaca di un viaggio in Terrasanta, compiuto da un monaco di nome Bernardo, del quale non è detta la provenienza; in un tratto è accompagnato da Theudemundus, monaco proveniente da un monastero benedettino dedicato a San Vincenzo, e da un monaco spagnolo di nome Stefano. La data del viaggio riportata nei manoscritti è il 970 ma probabilmente va corretta all&#8217;870 in quanto il Papa che benedice i tre monaci a Roma e dà loro il benestare alla partenza, è Nicola I, morto il 13 Novembre 867. La cosa più interessante da notare è che i pellegrini, nel viaggio di andata, fanno tappa sul Monte Gargano, dopo essere stati a Roma e quindi, attraverso Bari e Taranto, proseguono per la Terrasanta. Al ritorno, dopo una sosta al Mons Aureus, che sembra da identificarsi con la grotta di Olevano sul Tusciano dedicata anch&#8217;essa a San Michele, e dopo una ulteriore sosta a Roma, dove il gruppo si scioglie, il monaco Bernardo continua il suo pellegrinaggio da solo fino a Mont Saint Michel, dedicato anch&#8217;esso al culto dell&#8217;Arcangelo. E&#8217; evidente quindi una particolare devozione micaelica. Infatti i luoghi legati al culto dell&#8217;Arcangelo, presenti anche solo nella Longobardia minore, sono numerosissimi, per fare qualche esempio si possono citare, fra i Santuari collinari e grottali, l&#8217;Abbazia di S. Michele in Vulture, la chiesa di Sant&#8217;Angelo in Formis, oltre ai luoghi dedicati al Santo a Sannicandro Garganico, Altamura, Gravina, Putignano, Mottola, alle chiese rupestri di Statte o Massafra e ai toponimi che contengono le parole Sant&#8217;Angelo, Sant&#8217;Arcangelo o San Michele.<br />
La &#8220;via Sacra Langobardorum&#8221; collegava direttamente Benevento al Santuario di San Michele. Il sistema viario longobardo doveva probabilmente fare perno sul tronco della via Appia che da Avellino,per il Calore e l&#8217;Alto Ofanto, giungeva alla piana del Tavoliere. Dal Tavoliere una strada per Lesina,Ripalta, San Nazario, Segri, il Passo di Civitella e Carpino conduceva a Monte Sant&#8217;Angelo. Una seconda via seguiva il corso dell&#8217;antica Frentana-Traiana che collegava Roma, Benevento e Brindisi, passando per il Tavoliere; nel Medioevo, percorsa da un intenso flusso di pellegrini diretti ai porti d&#8217;imbarco per la Terra Santa, venne detta via Francigena .La Traiana aveva costituito l&#8217;asse viario più importante della Daunia: sul suo percorso erano Teanum Apulum, che sarebbe diventata Civitate, ed Ergitium, l&#8217;odierno Casale Sant&#8217;Eleuterio, importante nodo stradale, da cui la strada si biforcava da una parte verso nord-est, attraverso la Valle dello Stignano, San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant&#8217;Angelo, che è poi la via sacra dei Longobardi propriamente detta, dall&#8217;altra parte, verso sud- est, per il Tavoliere e Siponto. Probabilmente con il regno di Liutprando (712-744) si ebbe una ristrutturazione della rete viaria e i re longobardi facilitarono il cammino dei pellegrini, come fece Radelchi, alla metà del IX sec., quando dopo la divisione dei principati di Capua e Benevento si impegnò a permettere il passaggio dei pellegrini diretti da Capua al Gargano. E&#8217; da tenere ben presente il gran numero di chiese,monasteri, ospizi e ospedali, ripari e xenodochia che sorsero su questi percorsi per rendere più agevole il passaggio degli Appennini e il viaggio fino al Gargano. A questo proposito si può ricordare che la regina Ansa, moglie di Desiderio, secondo Paolo Diacono avrebbe promosso la costruzione di ospizi per i pellegrini. Le strade inoltre dovevano essere presidiate per resistere agli attacchi dei Bizantini; si spiegano quindi toponimi quali Castelnuovo o Castelpagano e i resti di fortificazioni. Lungo queste strade e lungo i sentieri che salivano alla cima del monte, che ancora oggi hanno nomi come Malipassi, Jumitite, Stamburlante e Scannamugliera, sono ancora visibili le tracce che un passaggio secolare di uomini e animali ha impresso profondamente sul terreno.<br />
Fra X e XI sec. il culto dell&#8217;Arcangelo ebbe un ruolo importante nel tentativo generale di bizantinizzazione della Puglia orientale, protetta dalla barriera delle città fortificate che il catapano Basilio Bojohannes aveva fondato lungo il confine. Ma gli stessi Normanni, futuri padroni dell&#8217;Italia Meridionale, secondo la cronaca di Guglielmo di Puglia, salirono al Gargano fra il 1012 e il 1017 e quì incontrarono il ribelle Melo da Bari. Nello stesso periodo altri pellegrini illustri, come Enrico II e Papa Leone IX si recarono al Santuario. Ma se il Santuario era divenuto simbolo del potere, ciò era vero in particolar modo per i Normanni già legati al Santuario di Mont Saint Michel dove i primi Duchi di Normandia si recavano per pregare San Michele. Il Santuario ha poi perso progressivamente la sua importanza politica ma il culto e il pellegrinaggio al Monte hanno mantenuto ininterrotta la loro antica tradizione. Migliaia di pellegrini hanno continuato a salire sul Gargano, si possono citare a questo proposito Anselmo Adorno e il figlio Giovanni che nel 1470 passarono per il Gargano. Il culto ebbe ulteriore incremento nell&#8217;età della Controriforma, per opera dei Gesuiti che vedevano nell&#8217;Arcangelo Michele vincitore del dragone, adombrante l&#8217;eresia protestante, il trionfo della chiesa Cattolica, e nel XVII sec., per la presunta azione taumaturgica del santo contro la peste. Nel secolo scorso la figura popolare del pellegrino, contadino o pastore, era ancora caratteristica del folklore locale e ci si può rendere conto di quanto questo culto sia ancora vivo anche se con forme mutate.<br />
Orsara di Puglia è un piccolo centro del Subappennino Dauno a 650 m di altezza tra la valle del Cervaro e quella del Sannoro. Si trova quasi al confine con la Campania tanto è vero che, con il nome di Orsara dauno irpina, fino al 1927 pertineva alla provincia di Avellino.Le sue origini sono piuttosto oscure. Non se ne hanno attestazioni documentarie anteriori ad un diploma del 1^ gennaio 1024 in cui si dice che il confine del territorio della città di Troia &#8221; ferit ad speluncam Ursariae &#8220;.Tuttavia le testimonianze archeologiche più antiche rinvenute nella zona, riferibili ad arredi tombali e non ancora compiutamente studiate mostrano che il territorio era già abitato nell&#8217;età del bronzo. La quantità di reperti conservati presso l&#8217;Antiquarium Diocesano (o Museo) di Orsara è molto grande e comprende pezzi attribuiti ad un arco cronologico che va dalla preistoria, attraverso l&#8217;età della colonizzazione greca e romana, fino al Medioevo ed oltre. I pezzi necessitano di un&#8217;adeguata sistemazione che sarà possibile probabilmente, a restauro ultimato, nei locali al pianterreno della ex-Abbazia dell&#8217;Angelo. I reperti,venuti alla luce nelle campagne circostanti e, per interessamento distudiosi locali, raccolti e conservati, sono stati per la maggior parte schedati presso la Soprintendenza Archeologica. Le testimonianze di età romana mostrano in modo particolare la frequentazione della località detta Magliano, che anche nel nome richiama un&#8217;origine toponomastica latina. Nell&#8217;Antiquarium Diocesano è possibile vedere epigrafi, resti di sculture e parti decorative di pregevole fattura un tempo appartenute ad edifici,come i resti di pavimento a mosaico o le sime con gocciolatoio leonino in terracotta. Del resto Orsara insiste in un&#8217;area intensamente romanizzata -basti pensare ai vicini centri di Aecae, Ausculum e Vibinum, interessata anche dalla importante rete viaria di collegamento fra Roma e la costa adriatica. La situazione della rete stradale pre e protostorica, per l&#8217;area in esame, non è documentata, nasceva da necessità di scambio ed era finalizzata a collegare il Pre Appennino, la pianura e la costa ai grossi centri produttori, ma, con la conquista dell&#8217;Oriente, la Daunia divenne un semplice punto di passaggio. Con il fenomeno delle ville rustiche dei grandi latifondisti, la rete di comunicazione primitiva perse di importanza ma si sviluppò una rete limitata al rapporto fra le ville stesse. Dal II sec. d.C. le grandi vie di comunicazione vennero rese pubbliche dopo essere state lastricate e risistemate in tracciati che sono ricostruibili attraverso l&#8217;indicazione delle pietre miliari e delle stazioni riportate negli Itineraria. Le varie ipotesi di ricostruzione di questi percorsi seguono tutte più o meno lo stesso andamento, con piccole variazioni, utilizzano, come fonti, testimonianze letterarie, come il viaggio descritto da Orazio nella V Satira del I libro; antichi itinerari, quali l&#8217;Itinerarium Burdigalense, nel quale sono segnate le stazioni di cambio per i cavalli Mutationes e le Mansiones per offrire riposo ai viaggiatori; tengono conto inoltre di ritrovamenti archeologici e di prospezioni aerofotografiche. Il tratto che a noi interessa è quello compreso fra i due nodi stradali sicuramente documentati di Aequum Tuticum, dal 1794 identificato unanimemente con &#8220;contrada San Eleuterio &#8220;, ed Aecae, presso l&#8217;odierna Troia. San Eleuterio, a Sud di Orsara è documentato come centro urbano fino al V secolo, il che fa pensare ad una rapida decadenza della città. In questa zona la ricognizione del tracciato delle vie romane presenta delle difficoltà. I due centri erano collegati tramite la via Trajana che da Benevento arrivava, attraverso varie tappe, in Sant&#8217;Eleuterio-Aequum Tuticum dove confluiva la via Herculea che proveniva dalla Lucania e quindi da Venosa. Da quì si dirigeva verso nord-est attraverso le &#8220;Tre Fontane&#8221; fino a San Vito (938 m.s.l.m. il suo punto più alto), quindi raggiungeva la MUTATIO AQUILONIS, che dovrebbe identificarsi con una località sul fiume Celone, una volta detto Aquilo, e salendo per il Buccolo, raggiungeva la città di Troia. Oltre la Via Trajana, probabilmente un&#8217;altra strada attraversava la stessa zona, seguendo il corso del Cervaro. La questione riveste per noi una certa importanza in quanto tale strada sarebbe risultata parallela all&#8217;Appia Trajana. Sui fogli 1: 100.000 dell&#8217;I.G.M. relativi ad Ariano Irpino e a Lucera, allegati allo studio dell&#8217;Alvisi, è inoltre la indicazione di una via passante per Orsara che staccandosi dalla strada che attraversava il Vallo di Bovino all&#8217;altezza dell&#8217;attuale Stazione F.S. di Orsara, sarebbe passata molto vicino al luogo dove oggi sorge il paese e, dopo aver attraversato la zona di Magliano, avrebbe raggiunto Troia. La Alvisi, infatti, interpretando aerofotografie del 1954,individua una traccia che si distacca a sud del Cervaro, all&#8217;altezza del ponte di Bovino, e che passando a nord di Castelluccio dei Sauri, punta ad est verso Ordona; ipotizza pertanto una strada più antica della Trajana che utilizzava il Vallo del Cervaro. A sostegno di questa ipotesi si può menzionare l&#8217;episodio di Annibale che, sceso in Puglia dopo aver sconfitto i Romani al Trasimeno, distrutta Lucera ed Arpi, si accampò nel luogo noto come Castrannibale (toponimo presente nei documenti medioevali). Questo luogo va identificato con il castello di Montecalvello o Montecalveolo presso Orsara in posizione strategica per dominare il passaggio fra Sannio, Apulia e Irpinia. Annibale successivamente, per recarsi a Benevento attraverso Savignano, Ariano e Grottaminarda, dovette utilizzare il passaggio del Vallo. La Valle del Cervaro, costituisce una naturale via di comunicazione tra Ariano Irpino ed il Tavoliere; il Vallo di Bovino è considerato uno dei migliori passi del Preappennino, attraversato ancora oggi dalla ferrovia e dalla Statale. Il Vallo deve quindi aver rivestito un ruolo importante nelle comunicazioni dall&#8217;antichità ai giorni nostri. L&#8217;ipotesi dell&#8217;esistenza di una strada trasversale passante per la zona di Orsara trova qualche appiglio nei rinvenimenti archeologici effettuati nella zona di Magliano dove dovevano essere presenti grandi ville romane che utilizzavano strade di intercomunicazione diverse dalle grandi arterie. L&#8217;utilizzazione di reti stradali alternative dovette intensificarsi nell&#8217;epoca della guerra greco gotica, quando il disgregamento del potere centrale in grado di mantenere efficiente la rete viaria, e la paura connessa alle frequenti invasioni, favorirono questo fenomeno, collegato anche alla decadenza dei centri urbani. Le strade più frequentate si adattarono alla nuova situazione insediativa e utilizzarono così solo alcuni tratti delle vecchie strade romane, specie nei punti in cui ciò era indispensabile come ad esempio nei valichi montani. E&#8217;probabile che ciò avvenisse anche nel caso della vecchia Via Trajana che proprio nella zona di Orsara attraversava gli Appennini. Gran parte del Traffico che si svolgeva lungo queste arterie era costituito, nel Medioevo, da pellegrini che si recavano a visitare i Loca Sancta. Lungo il percorso dei pellegrini, tappa importante in Puglia è naturalmente il Santuario di San Michele a Monte Sant&#8217;Angelo, meta di pellegrinaggio fin dal lV sec. In questo contesto è fondamentale il collegamento fra Monte Sant&#8217;Angelo e Benevento, utilizzato non solo durante il periodo longobardo, quando si stabilì la cosiddetta &#8220;Via Sacra dei Longobardi&#8221;,di cui abbiamo avuto modo di parlare, ma anche in seguito. In generale lungo queste grandi arterie sorsero xenodochia e ospedali che fornivano assistenza ai pellegrini ed assolvevano la funzione delle antiche stazioni. Un documento importante per fare luce sulla situazione pugliese, nel momento della trasformazione della rete viaria antica in quella medioevale, è costituito proprio dalla relazione di viaggio compilata da un pellegrino. Si tratta dell&#8217;Itinerarium Burdigalense (o Itinerarium Hierosolimitanum) il cui esame a confronto con altri Itineraria, è stato condotto da Gelsomino, Si tratta dell&#8217;annotazione delle tappe di un viaggio in Terrasanta condotto da un pellegrino di Burdigala, oggi Bordeaux, il quale torna a casa attraverso la Puglia, intorno ai primi mesi del 334 d. C., usufruendo del sistema postale di Costantino. Il tracciato ricostruito da Gelsomino può sostanzialmente identificarsi con quello della via Trajana. La strada da Troia (m. 439) saliva a quasi mille metri (Masseria San Vito m. 971) e qui Gelsomino rintraccia resti di questa strada nel Ponte dei Ladroni, in quello delle chianche e quello di Buonalbergo. La strada, che fu ristrutturata da Settimio Severo, Caracalla e Costantino, seguiva così, giungendo da Troia, la Valle del Celone, l&#8217;antico Aquilo,presso il quale era la Mutatio Aquilonis, e si giungeva al Piano di San Eleuterio. Aequum Tuticum (Aequum Magnum nell&#8217;Itinerarium Burdigalense). Lo studioso afferma che in seguito questa strada fu abbandonata o si crearono percorsi alternativi. La stessa via di pellegrinaggio deve essere stata utilizzata a lungo se, a distanza di secoli, era ancora frequentata. Si può leggere infatti nella relazione del viaggio di Anselmo e Giovanni Adorno in Terrasanta, scritta fra il 1470 e il 1471, che il percorso dei pellegrini, che nel viaggio di ritorno attraversarono la Puglia, tocca la zona di Orsara. Anselmo e Giovanni provenendo dalla Terrasanta, passano per il Santuario di San Michele sul Gargano e poi proseguono per Troia e per quello che chiamano il Mont Crepour (Crepacore) descritto come alto, isolato e pericoloso per i venti che, quando soffiano molto forte, non permettono il passaggio. Si cita anche San Vito, una casa &#8220;parvula&#8221; in cima al Mont Crepour a sette miglia da Troia in cui i viaggiatori possono trovare ospitalità. Fra le &#8220;direttrici di transito a lunga durata&#8221; sono da ricordare inoltre i percorsi segnati dai tratturi già nell&#8217;età del Bronzo, utilizzati in epoca romana e divenuti proprietà demaniale, attraverso la sistemazione operata dagli aragonesi. Questi percorsi comunque sempre riferiti alle esigenze dell&#8217;economia pastorale e distinti dalle strade che variano percorso in relazione alla situazione dei centri urbani che attraversano. Uno sguardo alla Carta dei Tratturi, che ne riporta il tracciato nella sistemazione più recente, mostra come questi percorsi non toccassero direttamente Orsara che viene a trovarsi tra il tratturello non reintegrato Foggia &#8211; Camporeale, che saliva per il Monte San Vito, Celle San Vito, Troia, e il tratturello non reintegrato Cerignola &#8211; Ponte di Bovino, che costeggiando dapprima il Cervaro si allontanava poi verso Castelluccio dei Sauri. Un accenno ad Orsara è possibile trovare nell&#8217;opera di Andrea Gaudiani, Notizie per il buon governo della Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia, pubblicato a Foggia nel 1700. &#8220;Orsara&#8221; vi è menzionata come uno dei contropassi proibiti che venivano custoditi per impedire alle greggi di entrare in Puglia prima della data stabilita per legge. L&#8217;autore cita anche un tratturo, fra i tre principali, che passava presso Orsara: &#8220;Il terzo viene da Pescoaseruli, Alfidena, Castel di Sangro, Isernia, Supino, S.Marco, Crepacore, Ursara, Bovino, Iliceto et Ascoli&#8221;: un percorso quindi che dall&#8217;Abruzzo scendeva verso la Puglia. Nei Demani di Troia e Orsara erano comunque, sempre secondo il Gaudiani, i riposi per il bestiame che calava dai monti verso Ponente. Per concludere, Orsara si troverebbe in posizione un pò arretrata rispetto alle grandi vie di comunicazione ma a poca distanza da esse. E&#8217; certamente particolare la sua posizione centrale fra i due assi costituiti dalla antica Via Trajana e dalla strada per il Vallo di Bovino. Il paese deve essere sorto, in epoca non documentata, su un percorso di viabilità secondaria che già dall&#8217;antichità doveva mettere in comunicazione i due rami principali ed è un dato di fatto che l&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo costituiva un richiamo per i pellegrini diretti al Sacro Speco del Gargano. A questo si può aggiungere che la vicinanza del tratturo proveniente dal nord doveva mettere in comunicazione questa zona anche con l&#8217;Abruzzo e il Molise.<br />
Ai margini dell&#8217;abitato di Orsara a Nord in località Castello e in prossimità del Convento di<br />
S. Domenico, sorgono i resti della cinta muraria medioevale, intervallata da torrioni quadrangolari. Di questi robusti torrioni ne sono rimasti in piedi solo tre, edificati in opera muraria incerta e paragonabili ad altri che, allo stato di rudere,segnano il sito di alcune città che furono fondate nei primi decenni dell&#8217;XI sec. dai Bizantini lungo la frontiera del Fortore e poi abbandonate nel tardo medioevo. Uno di essi è stato inglobato da una casa privata. Sono visibili poi numerosi resti di muratura (sopravvissuti forse grazie alla posizione in cui si trovano), oggi all&#8217;interno del cortile del Convento di S. Domenico. A partire da questa cinta muraria si può cercare di ricostruire lo sviluppo del nucleo urbano. Guardando la planimetria di Orsara si nota come il margine del paese a nord e ad ovest, dove l&#8217;orografia determina un rapido abbassamento di quota, segua quasi una linea continua che a partire dalle torri, prosegue per il Convento di S. Domenico e, per il crinale scosceso, arriva all&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo posta al margine ovest dell&#8217;abitato. A conferma di un tale andamento della cinta muraria v&#8217;è la presenza di due delle tre porte del paese, e cioè la Porta Ecana, l&#8217;unica ancora esistente, non lontano, verso sud, dall&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo e la Porta S. Giovanni presso il Convento di S. Domenico. Una terza porta detta di San Pietro, era presente a Est dell&#8217;abitato e la sua scomparsa è dovuta allo sviluppo recente del paese in quella direzione. Allo stesso motivo si dovrebbe imputare la scomparsa della cinta muraria in quella zona e a sud, abbattuta probabilmente per far posto ai nuovi edifici. Il Convento di S. Domenico, oggi affidato alle Figlie di Nostra Signora di Monte Calvario, chiuso temporaneamente per restauro, era in origine dedicato a<br />
S. Giovanni. Non si hanno notizie certe sulla fase iniziale di questo insediamento che la tradizione locale vorrebbe fondato dai Cavalieri dell&#8217;Ordine di Malta, quindi passato ai Frati Domenicani, abitato da alcuni eremiti e affidato quindi alle Monache del Divino Redentore. Il complesso, costituito da numerosi ambienti su più piani, presenta un chiostro quadrangolare sul quale si affacciano i corridoi delle celle per i monaci. La chiesa, barocca, è attualmente chiusa anch&#8217;essa per restauro. La strada che parte dal convento e va verso l&#8217;esterno del paese è intitolata a San Rocco e, stando alla devozione particolare per questo santo, non è escluso che in passato ci fosse una chiesa fuori porta,oggi scomparsa, a lui dedicata. Come già accennato è difficile determinare la posizione della antica cinta muraria ad est. Si può ipotizzare che le mura non si estendessero oltre la chiesa della Madonna della Neve in quanto un&#8217;incerta notizia riporta che la chiesa oggi esistente sarebbe una ricostruzione, poco distante, dell&#8217;edificio originario sorto intorno al 1000 extra &#8211; moenia, del quale sarebbe stato utilizzato solo il portale. Il nucleo interno del paese più antico si sviluppa intorno alle uniche altre due chiese, in posizione centrale rispetto alla cinta, a poca distanza una dall&#8217;altra. Si tratta della chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari, documentata per la prima volta nel 1303 e successivamente molto rimaneggiata, dietro la quale è la Strada detta &#8221; della Collegiata&#8221; che conserva edifici del XVI secolo, e la chiesa barocca di S. Maria delle Grazie, detta tradizionalmente dei Morti, per il tema ricorrente, rappresentato sulla facciata e all&#8217;interno, di teschi e ossa umane. Le strade del nucleo più antico sono disposte all&#8217;incirca ad avvolgimento intorno alla Chiesa Parrocchiale;a nord e ad ovest seguono l&#8217;orografia e quella che doveva essere la linea delle mura. Il nucleo centrale è attraversato da un asse viario est-ovest sul quale sorgono la chiesa Parrocchiale e quella di S. Maria delle Grazie, collegato forse in origine all&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. La zona antistante il complesso abbaziale (oggi P.za Mazzini),fu interessata fra il XVI e XVII secolo,ad opera dei Guevara, da alcuni rimaneggiamenti, che,con l&#8217;intento di creare un passaggio coperto fra il palazzo della ex-Abbazia e la piazza antistante la chiesa parrocchiale, dovettero interrompere il vecchio asse viario; crearono infatti, con la costruzione di un cavalcavia, un camminamento che dal Palazzo, attraverso gli edifici di fronte e quelli dove oggi ha sede l&#8217;asilo comunale, giunge davanti alla chiesa di S. Nicola. L&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo, situata sulla cinta muraria e ben visibile dalla strada proveniente da Troia, deve aver costituito un importante punto di riferimento per il territorio circostante. Contemporaneamente, posta all&#8217;estremità dell&#8217;asse viario principale est-ovest, deve aver condizionato lo sviluppo urbano. Con la sua decadenza, il complesso abbaziale rimase sempre più emarginato nell&#8217;ambito della vita cittadina, fino ad assumere una posizione periferica rispetto al moderno accrescimento del tessuto urbano.<br />
La nascita del centro urbano di Orsara probabilmente è collegabile alla fondazione dell&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. Il toponimo, come abbiamo già notato, non compare nelle fonti scritte fino al 1024 e, anche se la storiografia locale afferma un&#8217;origine remota di Orsara, i reperti archeologici riferibili a varie epoche, dall&#8217;età dei metalli in poi, non testimoniano con sicurezza l&#8217;esistenza di un centro urbano,ma potrebbero allo stesso modo indicare un tipo di insediamento sparso. L&#8217;ipotesi più attendibile è quella che vede svilupparsi il paese a ridosso dell&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo, fondata dai benedettini nell&#8217;XI sec. Quando i baiuli imperiali nel 1024, alla presenza di Basilio Boiohannes, su richiesta degli abitanti di Troia che avevano resistito all&#8217;assedio di Enrico II, stabiliscono i confini del territorio di pertinenza della città, il confine toccava la &#8220;spelunca Ursariae&#8221;. Si tratta probabilmente della &#8220;grotta dell&#8217;Angelo&#8221; che a quella data doveva già essere nota per il culto micaelico e quindi assumibile come indicazione topografica. Se nel 1080 viene citata una &#8220;silva de Ursara&#8221;, la prima volta in cui si parla di Ursaria come centro urbano distinto dall&#8217;Abbazia è nel 1156 quando in un documento si accenna ad una &#8220;via pubblica&#8221;, nella zona del Sannoro, che da Troia conduce ad Ursaria. Il più antico riferimento all&#8217;Abbazia ci è giunto in un altro documento troiano del 1125, in cui l&#8217;insediamento pare aver raggiunto una notevole floridezza. La storiografia locale,invece, riferisce la nascita dell&#8217;Abbazia ai primi tempi del Cristianesimo e alcuni studiosi, dal Giustiniani (1804) al Tramonte (1975) collegano lo sviluppo del complesso monastico e del centro urbano al periodo longobardo, quando la zona era compresa nel Principato di Benevento. In realtà un periodo longobardo della storia di Orsara non è documentabile e questa ipotesi cronologica trova appiglio solo in relazione all&#8217;interesse dei Longobardi per il culto dell&#8217;Arcangelo e al loro impegno per lo sviluppo del Santuario di Monte Sant&#8217;Angelo. Anche due iscrizioni, conservate presso la chiesa dell&#8217;Angelo non offrono prove certe dell&#8217;esistenza dell&#8217;Abbazia già nei primi anni dell&#8217;XI secolo: una delle due riporterebbe la data 1003, ma l&#8217;epigrafe ci è giunta frammentaria e il testo ci è pervenuto solo attraverso le citazioni della storiografia locale. Ad un esame paleografico entrambe le iscrizioni, che si riferiscono ad un certo Petrus Legionensis Abbas Ursare e menzionano una dedica della chiesa alla SS. Trinità, sono risultate databili fra XIII e XIV secolo. Nonostante l&#8217;incertezza sulle origini, da questi dati si può desumere che l&#8217;Abbazia e il centro urbano si svilupparono nel corso dell&#8217;XI secolo e furono partecipi degli importanti avvenimenti che interessarono quel territorio di confine fra Longobardi e Bizantini. Dopo l&#8217;infruttuosa impresa (1018) di Melo da Bari e suo cognato Datto appoggiati da Longobardi e Normanni i quali fanno la loro prima apparizione in Puglia, e non a caso la leggenda vuole che l&#8217;incontro sia avvenuto al Santuario di Montesantangelo, il Catapano Basilio Boiohannes fortifica il confine sempre sottoposto a pressione, promuovendo la fondazione e la costruzione di città fortificate in grado di costituire un vero cordone difensivo contro gli attacchi esterni. Nascono così Civitate, Fiorentino, Dragonara, Melfi, Tertiveri, Montecorvino e Troia che, se opposero dapprima una valida resistenza, e mi riferisco in modo particolare a Troia- non poterono impedire l&#8217;insediamento progressivo dei Normanni. Non è possibile dire in quale area di influenza gravitasse Orsara che era al limite del territorio : il cosiddetto&#8221;Limitone&#8221; fra Greci e Longobardi, non sempre ben definito, doveva passare fra Bovino e Ariano Irpino. Un documento del 1019 e quello del 1024 descrivono minuziosamente i confini del territorio troiano; risultano utili,nonostante la scomparsa o la non facile identificazione di molti dei luoghi citati, per ricostruire la configurazione della zona fra Troia e Orsara. Vi si evidenzia,per esempio, la fitta presenza di piccoli centri abitati e di insediamenti religiosi che popolano le campagne. Il clero latino era largamente rappresentato, per la tolleranza dei Bizantini che permisero l&#8217;insediamento dei vescovadi latini nelle città da loro fondate (ad esempio Civitate, Dragonara e la stessa Troia), ma l&#8217;elemento greco è presente ad esempio nel monastero di S. Nazario di Monte Magliano la cui fondazione è anteriore al 1059. Questo però non prova che l&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo si sia sviluppata &#8211; come sostiene Cotugno, da un originario cenobio fondato da monaci provenienti dall&#8217;oriente. Ad avvalorare la sua ipotesi, lo studioso ricorda la presenza di dipinti su tavola di tipo bizantino nella chiesa dell&#8217;Angelo. Era ancora possibile vederli, a quanto riportato da Del Giudice, fino a l5 agosto 1840: &#8220;All&#8217;altare maggiore di detta chiesa di<br />
S. Maria sovrasta la di lei veneranda effigie tenendo a destra quella dell&#8217;Arcangelo S. Michele ed a sinistra l&#8217;altare di S. Pietro Apostolo. Tali pitture sono antichissime e di elegante pennello greco sopra tavole&#8221;. Queste perdute icone di epoca imprecisabile, provano solo l&#8217;adesione dei committenti ad un gusto legato alla tradizione pittorica bizantina, tenacemente presente in Puglia per lunghi secoli. Negli ateliers monastici (ad esempio S. Maria delle Tremiti) già dall&#8217;XI secolo venivano prodotte icone. Ma ancora nel XV e XVI secolo,&#8221; negli ambiti culturali più conservativi &#8230; non era raro imbattersi in opere dipinte &#8220;alla greca&#8221; o in iconografi cretesi emigrati&#8221; che, dopo la caduta di Bisanzio in mano ai Turchi nel 1453, tendevano &#8220;a perpetuare e a custodire a livello tecnico stilistico e iconografico la preziosa eredità costantinopolitana&#8221;. Fra i molti insediamenti benedettini presenti nel territorio si può citare il Monastero dei Santi Nicandro e Marciano,sorto prima del 1064 sul Monte Maggiore a poca distanza da Orsara, e donato nel 1080 a Desiderio di Montecassino da Roberto il Guiscardo. La zona fu certamente teatro delle operazioni militari condotte dal ribelle Melo da Bari che ottenne a Vaccarizza una vittoria (1071), ma non trova riscontro documentario la notizia secondo la quale nello stesso anno egli avrebbe stabilito un presidio ad Orsara ed approntato le difese contro Troia nella zona oggi detto Guardiola, facendo costruire, dopo la disfatta dei Bizantini, la Chiesa di San Salvatore. Lo stesso si può dire circa la notizia secondo la quale quando Melo si rifugiò per la prima volta in Germania (prima del 1015), Datto avrebbe trovato asilo a Montecassino presso l&#8217;Abate Atenolfo per &#8220;relazioni favorevoli dell&#8217;Abbazia di Sant&#8217;Angelo di Orsara&#8221; ottenendo in seguito la concessione a fortificarsi nella torre del Garigliano. I Normanni erano comunque presenti in zona già dall&#8217;agosto del 1051 se è vero che nella chiesa del Castrum Monti Ylaris, a poca distanza da Orsara, sarebbe stato ucciso il conte Drogone Normanno (fratello e successore di Guglielmo Braccio di Ferro, morto nel 1046), e annientato tutto il suo seguito ad opera di Riso. Questi, fortificatosi nello stesso Castrum, sarebbe poi stato fatto prigioniero e giustiziato a sua volta come traditore dopo la sconfitta di Argiro. Il territorio sarebbe stato interessato anche dalla fondazione di nuovi centri urbani promossa dai Normanni. Esemplare in tal senso la vicenda di Castellum Novum, sorto nella zona oggi nota come Ripalonga a nord di Orsara. Eretto dal normanno Niellus, figlio di Tristano, che aveva partecipato alla conquista di Benevento e della Puglia, fu donato nel 1065 a Santa Sofia di Benevento da Roberto il Guiscardo residente a Troia. Durante il XII sec. i Normanni hanno ormai preso capillarmente il controllo del territorio. Così nel 1122 Guglielmo d&#8217;Altavilla, fratello e vassallo del conte Roberto di Loritello è signore di Biccari. Roberto de Boctio, vassallo di Riccardo de Guasto, possiede Vetruscelle, luogo ad ovest di Orsara, e nella stessa zona il cavaliere Ugo Castelli Potonis è nel 1133 signore del Castrum Crepacordis. In questo contesto caratterizzato, come abbiamo visto, da insediamenti di vario tipo compare per la prima volta nel 1125 il Monastero di Sant&#8217;Angelo di Orsara e, non a caso, fra le carte di Troia, centro importante e sede vescovile più vicina; l&#8217;abbazia deve aver avuto il suo momento d&#8217;oro proprio nel XII secolo. Il 5 dicembre 1127 Onorio II, concedendo diritti e privilegi agli abitanti di Troia, imponeva che tutti i troiani vivessero sotto un&#8217;unica legge ed un unico signore; sottraeva a questi obblighi gli uomini pertinenti ai vescovi o abati di S. Nicola, S. Angelo de Ursaria e San Nicola e San Angelo de Rodingo. L&#8217;abate di Orsara era quindi indipendente da Troia. Il monastero aveva molti possedimenti nella zona di Montecalvello ed era oggetto di frequenti donazioni. Ad esempio, nel già citato documento del 1125, Guglielmo, vescovo di Troia, chiedeva all&#8217;Abate MARTINO di pagare un diritto episcopale annuale di due Romanati, nella ricorrenza dell&#8217;Assunzione, per la dedicazione della Chiesa di S. Maria di Montecalvello, di pertinenza dell&#8217;Abbazia, e si riservava la possibilità di aumentarlo. Nella stessa zona il Monastero possedeva due pezzi di terra, donati nel settembre 1130 da un abitante di Troia, e alcune terre, citate in un documento del 1132. Sempre a Montecalvello, l&#8217;Abbazia, nella persona dell&#8217;Abate MARTINO II, acquista, nel marzo 1144, una parte di foresta presso il fiume Sannoro e il Vallone &#8220;qui dicitur rivus Vassoni&#8221; per costruirvi un mulino, mentre il 10 luglio del 1186 è l&#8217;Abate PIETRO ad acquistare altre terre nella stessa zona. Ma i possedimenti dell&#8217;Abbazia non erano limitati a Montecalvello ed è del luglio 1146 l&#8217;acquisto di una terra presso la fonte di Malo Cor. In una carta del 6 luglio 1172 si apprende che l&#8217;Abbazia possiede terre nei pressi di Vaccarizza ed in particolare vicino alle terre &#8220;Sanctae Mariae de Vaccaritia&#8221; ma anche in &#8220;loco ubi dicitur foresta domni Co(n)teri&#8221; e nei pressi del &#8220;flumen Acelon (is)&#8221;. A parte la donazione del medico troiano Eneas e sua moglie Marenda, (avvenuta nell&#8217;ottobre 1138 sotto l&#8217;Abate HERUS, che dimostra il prestigio raggiunto dal Monastero, è degno di nota il fatto che l&#8217;Abbazia possedesse delle saline presso S. Leonardo di Siponto (documenti del maggio 1154, novembre 1158 e aprile 1199. Ma se l&#8217;abate è citato nel Catalogo dei Baroni ed esercita quindi funzioni signorili, mai sopita è la conflittualità con il Vescovo di Troia. Nel marzo 1159 l&#8217;Abate PELAGIO, per porre fine alla contesa sorta sulla questione delle offerte con il Vescovo di Troia Guglielmo III, gli dona una casa, un orto e delle vigne di sua proprietà, site a Foggia. E&#8217; opportuno soffermarsi sul documento in quanto, oltre ad apprendere che vecchi patti erano stati già stipulati dal predecessore di Pelagio, GIULIANO I, si viene a sapere che l&#8217;Abbazia aveva la giurisdizione su una casa fatta costruire nel territorio di Foggia dall&#8217;Abate Martino in onore della Santa Croce &#8220;sine episcopali et canonicorum auctoritate&#8221; con annesso cimitero. Nel documento si dice inoltre che al vescovo non spettava niente di ciò che era stato lasciato nel Monastero dai servi e dagli uomini &#8220;in Hospitalibus nostris obeuntes&#8221;.<br />
I monaci fornivano quindi accoglienza ed ospitalità a uomini che alle volte morivano in loco lasciando i loro beni al monastero. Da questi beni sono distinte nel documento le donazioni fatte al monastero, &#8220;sine iudicio&#8221;, in cibarie, bevande, piccoli doni o elemosine sulle quali il Vescovo non poteva accampare pretese. L&#8217;Abbazia, sottoposta direttamente a Roma e indipendente dal Vescovo, quale Abbazia Nullius, è indicata nel LIBER CENSUUM SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE in cui, nell&#8217;anno 1192, sotto il pontificato di Celestino III, era tassata per un&#8217;oncia d&#8217;oro; è elencata poi al ventiseiesimo posto fra i &#8220;Nomina Abbatiarum et Canonicorum Regularium Sancti Petri &#8220;. Ma la grande ricchezza dell&#8217;istituto alla fine del XII sec. è messa in luce da un documento stilato a Palermo, il 15 ottobre 1195, dal vescovo di Troia Gualterius, cancelliere e familiare del regno, per conto di Enrico VI. L&#8217;imperatore assegna a Sant&#8217;Angelo il Casale di San Lupus, nella Diocesi di Troia, in cambio di due casali in terra di Taranto, Maiulanus e Mutata, ceduti in passato come contropartita per un prestito di quattrocento once concesso dall&#8217;Abbazia all&#8217;imperatore stesso. Una tappa fondamentale nella vicenda storica dell&#8217;Abbazia viene introdotta da un documento redatto a Rieti per conto di Papa Onorio III il 28 Agosto 1225: il pontefice conferma al Vescovo Martino e al Capitolo di Zamora in Spagna, alla presenza di numerosi testimoni, la vendita da parte dell&#8217;Abate e del Monastero di Sant&#8217;Angelo di Ursaria, della città di Bamba, nella &#8220;Valle de Scema&#8221; in diocesi di Zamora. I legami dell&#8217;Abbazia con la penisola Iberica si stringono ulteriormente nel 1229: il 29 marzo, da Perugia, Gregorio IX scrive al Maestro e ai Frati della Milizia dei Calatrava concedendo loro il monastero &#8220;S. Angeli de Ursaria Troiane diocesi&#8221;, su richiesta della Regina di Leon, Teresa e delle sue figlie Sancia e Dulcia avanzata per mezzo di frate Pelagio, Vescovo Albanese e di Egidio,Cardinale Diacono dei Santi Cosma e Damiano. Il Papa, nella speranza che questo affidamento serva ad ampliare ed ingrandire il monastero, invita l&#8217;Ordine dei Cavalieri di Calatrava ad inviare ad Orsara chierici e laici dell&#8217;Ordine,che vi si stabiliscano e vi diffondano il loro stile di vita religiosa. L&#8217;Oridne Monastico-Cavalleresco di Calatrava è poco noto in Italia ed è molto difficile reperire studi che ne trattino in modo specifico. L&#8217;Ordine sarebbe stato istituito dal Re di Castiglia Sancho III, nel 1158. Ciò avvenne per la defezione dei Cavalieri Templari che nel 1155 avevano rifiutato di difendere la fortezza di Kalaat Rawah minacciata dagli Almohades. Erano presenti alla corte di Toledo, in quell&#8217;epoca, l&#8217;Abate del monastero cistercense di Santa Maria di Fitero, Raimondo Serrat, e il frate converso Diego Velasquez, originario di Burreva nella Vecchia Castiglia e, in passato, valente cavaliere; costoro accettarono di difendere Calatrava fondando l&#8217;Ordine che venne poi approvato da Papa Alessandro III, il 25/9/1164, e aggregato all&#8217;Ordine Cistercense, con l&#8217;Abbazia francese di Morimond quale casa-madre. A seguito dei contrasti sorti alla morte dell&#8217;Abate Raimondo, fra cavalieri e monaci, i cavalieri si staccarono dai monaci dando origine ad un ordine diverso da quello Cistercense, dal quale pure continuavano a dipendere. Della nuova fondazione facevano parte quindi cappellani (freyles, clèrigos, freyles conventuales), i quali vivevano nel Sacro Convento e nei Priorati, seguendo la Regola Cistercense, e Cavalieri (milites, caballeros) che vivevano nelle commende, dovevano partecipare all&#8217;ufficio corale ed erano soprattutto impiegati nella lotta ai Musulmani. Pare invece che l&#8217;Ordine non abbia mai svolto attività ospitaliera. Secondo alcuni la presenza dei Calatrava ad Orsara va ricondotta proprio all&#8217;impegno dell&#8217;Ordine contro i Musulmani e considerata nell&#8217;ambito della lotta che il Papa conduceva contro Federico II; in tale contesto è stata considerata anche la vicinanza di Orsara a Lucera, dove l&#8217;imperatore aveva cominciato a deportare i Saraceni già dal 1227. Tuttavia non vi sono conferme di un intervento diretto dei Calatrava nelle vicende sveve in Capitnata, neppure quando Federico II distrusse Troia fra il 1233 e il 1234 e quando l&#8217;esercito del Papa rinchiuso ad Ariano fu sconfitto da Re Manfredi. La presenza dei Calatrava ad Orsara si può interpretare anche in relazione alle vicende dinastiche spagnole. La Regina Teresa di Leon, postulante per l&#8217;affidamento ai Calatrava dell&#8217;Abbazia,era stata moglie di Re Alfonso IX di Castiglia. Alla data del 1229 (bolla papale) il matrimonio fra consanguinei dei due sovrani era già stato sciolto e, mentre Alfonso aveva sposato nel 1197 Bereguela di Castiglia, Teresa- proclamata poi Beata nel 1705 -, era entrata nel Monastero Cistercense di Villabuena in El &#8211; Bierzo da lei fondato. I due sovrani avevano avuto comunque tre figli: Sancha, Ferdinando e Dulce, e Alfonso nel 1220 aveva nominato sue eredi proprio Sancha e Dulce, che appaiono insieme alla madre Teresa nell&#8217;atto che riguarda Orsara. Si è fatta l&#8217;ipotesi che le principesse avessero voluto in tal modo assicurarsi l&#8217;appoggio dei Cavalieri di Calatrava nella lotta contro Ferdinando per il regno di Leon. Nel 1230 però, alla morte di Alfonso IX, il nuovo re fu Ferdinando III che sancì l&#8217;unione della Castiglia e del Leon e concesse in cambio alle legittime eredi una ricchissima dote. Probabilmente si riferiscono al periodo di permanenza dei Cavalieri, in complesso piuttosto oscuro per mancanza di documentazione, le due iscrizioni presenti nella Chiesa dell&#8217;Angelo, che fanno riferimento ad un abate PETRUS di Leon, promotore di lavori nella chiesa la cui origine spagnola viene esplicitamente sottolineata. Nella prima iscrizione si legge: &#8221; + HOC OPUS EXTRUXIT SAPIENTER LEGIONENSIS / PRUDENS AT(QUE) PIUS PETRUS ABBAS URSARE / EST INDIVIDUE SUB TRINITATIS hon(ORE) / hoc TEMPLUM FACTUM NITIDO PLACIDOQ(UE) DECORE&#8221;. La seconda iscrizione giuntaci frammentaria, corre intorno ai argini di una lapide raffigurante un prelato; l&#8217;immagine è mutila e non possiamo più riscontrare gli attributi del potere abbaziale -mitra, baculo, dalmatica, croce pettorale, anello e coturni che la storiografia locale menziona. Il testo completo ci è giunto nella trascrizione del De Stefano e di Del Giudice: &#8220;Magni Christi gratie fidei nostrae anno 1003 Indictione 12 primo idibus Decembris hoc sepulcro templo hoc sepultus Petrus Abbas Ursariorum. Petrus Abbas Legionensis hujusmodi sculptum depinctum vidit templum &#8220;. La data 1003 non è più verificabile; inoltre, dal punto di vista paleografico, entrambe le iscrizioni sono state datate fra la fine del XIII e l&#8217;inizio del XIV secolo. Al periodo di permanenza dei Calatrava ad Orsara la tradizione locale attribuisce un documento non rintracciabile che sarebbe stato emesso da Re Manfredi il 17/12/1259. In questo documento si sarebbe affermato che la Chiesa di Sant&#8217;Angelo di Orsara &#8220;de Ordine Calatrabe&#8221; veniva da Manfredi confermata, attraverso una lunga prova testimoniale, nel possesso di un &#8220;Casale Fragagniani situm in terra Hidronti&#8221; e di una chiesa chiamata S. Maria de Ponto sita in Brundisio. Non è possibile dimostrare l&#8217;autenticità del documento ma la notizia del possesso di un Casale a Fragagnano, in terra d&#8217;Otranto è indirettamente confermata da un documento emesso da Bonifacio VIII a Roma in Laterano il 2 febbraio 1295 di cui ci occuperemo più avanti. Il 25 novembre 1274, Carlo I d&#8217;Angiò, su richiesta del Gran Maestro dell&#8217;Ordine di Calatrava di Orsara, conferma al Monastero il possesso di alcune terre nella zona di Mons Ilares. L&#8217;istituto aveva dovuto infatti subire le molestie di un tal Symon de Caprosia che quale Signore di Mons Ilares ne rivendicava il possesso. Non si sa con precisione quando i Cavalieri lasciarono il Monastero di Orsara; la tradizione locale riferisce per lo più l&#8217;allontanamento all&#8217;anno 1294 quando i Cavalieri sarebbero stati richiamati in Spagna per aiutare i loro confratelli nella lotta contro gli Africani invasori. Nel 1295 il Monastero non era più nelle mani dei Calatrava in quanto Bonifacio VIII il 2 febbraio di quell&#8217;anno lo concesse a vita all&#8217;Arcivescovo di Trani Filippo con tutti i beni che erano stati dei Calatrava nelle città di Brindisi, Troia, Orsara, Fragagnano e altrove in Puglia, Sicilia, Calabria e Romagna; Carlo II d&#8217;Angiò, su richiesta di Filippo, ordinava che gli fosse confermata l&#8217;onnimodo diritto di feudo sopra la terra di Orsara ed i Casali di Pontealbaneto, Castelluccio Valmaggiore e Montecalvello che possedeva &#8220;Ratione Domus Ursarie Calatrabensis Ordinis&#8221;. L&#8217;Arcivescovo Filippo però morì subito dopo. Poco dopo, fra il 1298 e il 1300 il Gran Maestro Spagnolo dell&#8217;Ordine di Calatrava, GARCIA LOPEZ DE PADILLA, ricevette i feudi spagnoli di Colledo, Sabiote e Cogolludo, oltre alla città di Santo Stefano di Aznatoraf in Siria in cambio &#8220;del Monastero e Chiesa di Sant&#8217;Angelo di Orsara&#8221; da Ferdinando IV di Leon e Castiglia, il quale li avrebbe acquistati per la madre Maria. La storiografia locale afferma che in questo modo si sarebbe costituito il diritto di Regio Patronato che avrebbe comportato la nomina regia dell&#8217;Abate Rettore commendatore ma riferisce pure che nel 1300 la Domus S. Angeli di Orsara era compresa nell&#8217;elenco delle Chiese di Regio Patronato fatto compilare dal re di Napoli Carlo II d&#8217;Angiò in quell&#8217;anno. Si evidenzia quindi una confusione sulla situazione giuridica dell&#8217;Istituto, che atteraversa un periodo oscuro difficilmente ricostruibile attraverso la documentazione superstite. La tradizione locale parla di un affidamento per alcuni anni ai Cavalieri Templari e, sotto il pontificato di Clemente V, del trasferimento al Re di Napoli del diritto di eleggere l&#8217;Abate Mitrato con potere equivalente a quello vescovile. L&#8217;ultimo Abate sarebbe stato D. PLACIDO BARBONE del quale si sarebbe potuta vedere la tomba con lapide fino al 1753. Numerose furono nei secoli le dispute con l&#8217;Arcivescovo di Troia per conservare l&#8217;indipendenza da quella sede vescovile. Le fonti documentarie sono scarse e l&#8217;unico aiuto è fornito dalla storiografia locale che, avendo un interesse immediato e partigiano nel ricostruire la storia dell&#8217;autonomia dell&#8217;Istituto attraverso i secoli, ricercò, studiò ed elencò minuziosamente tutto quanto poteva essere utile allo scopo. L&#8217;aspetto che emerge chiaramente comunque è la decadenza progressiva del complesso abbaziale e la sua emarginazione anche rispetto al paese. I Re di Napoli vengono spesso citati dagli storiografi locali nelle vicende relative alla nomina dei Rettori e degli amministratori locali, fino alla descrizione di una complicata serie di avvenimenti in seguito alla quale Ferdinando I d&#8217;Aragona, all&#8217;indomani della battaglia del Sannoro, avrebbe concesso l&#8217;Abbazia al Vescovo di Troia intorno al 1464. Da questo momento fino per lo meno al 1762 pare che rettori dell&#8217;Abbazia di Sant&#8217;Angelo siano stati sempre, nominati dal Re, i Vescovi di Troia. In questi anni il paese di Orsara era passato dal possesso dei Cavaniglia a quello dei Guevara. Del Giudice menziona un atto del notaio Gregorio Russo di Napoli col quale il paese, insieme a Montellere e Montepreise, era stato venduto da Troiano Cavaniglia a Giovanni I Guevara, per sedicimila ducati, il 29/12/1524.<br />
A questo avvenimento sono forse da collegare alcune modifiche nella sistemazione della grotta dell&#8217;Angelo, testimoniate da una lapide, oggi murata nella grotta, che porta la data del 1527.<br />
Fra gli interventi promossi dai Guevara va sicuramente annoverata una fontana monumentale, di fronte all&#8217;edificio già abbaziale. Venne costruita nel 1547, come riportato dall&#8217;iscrizione murata all&#8217;interno : &#8220;URSARIENSES HUNC PERENNIS AQUAE FONTEM GUEVARAE IUSSU STATUERUNT MCCCCCXXXXVII&#8221;. Nel 1663, poi, la fonte dovette essere fornita di un loggiato a doppia arcata, come riportato dall&#8217;iscrizione sul frontone : &#8221; D. FRAN GUEVRA BOCOPAG DUCIS BIBINI FIL UTILIS DOM URSAE IVCFOE INSBLEDIOR CULT SUBTB SUIS ERIGIV AN 1663 &#8220;. Francesco Guevara, l&#8217;unico feudatario che abbia risieduto stabilmente ad Orsara aveva ricevuto la città ed altri territori dal fratello primogenito Carlo Antonio, in cambio di un legato testamentario di quarantamila Ducati che questi non aveva potuto pagargli nel 1649, alla morte del padre Giovanni III Guevara, feudatario di Orsara. Secondo la storiografia locale egli avrebbe acquistato dal Clero di Orsara il Palazzo dei Calatrava, in cambio di un appezzamento di terreno di cinquantacinque versure in località LAURA. Nel 1590 si era verificato lo spostamento della sede parrocchiale del Capitolo di Orsara dalla Chiesa dell&#8217;Angelo a quella di San Nicola di Bari, con il mantenimento del titolo di Sant&#8217;Angelo e del sigillo con l&#8217;effigie dell&#8217;Arcangelo Michele e la legenda &#8220;Capitulum Sancti Angeli de Ursaria&#8221;. Lo spostamento comportò il trasferimento degli arredi sacri con il fonte battesimale, la statua dell&#8217;Arcangelo ed il monumentale coro ligneo. La chiesa dell&#8217;Angelo comincia in questo momento della sua storia ad essere indicata come chiesa dell&#8217;Annunziata forse perchè, dopo lo spostamento della sede parrocchiale, vi sarebbe rimasta la Cappella della Congregazione della Santissima Annunziata nella quale alcuni preti officiavano per mantenere viva la tradizione; in questa nuova situazione poteva più facilmente assumere la veste di cappella di Palazzo,direttamente collegata alla dimora del feudatario; non ci sono comunque notizie certe sugli interventi operati dal Duca di Bovino. All&#8217;inizio del 1700 il Capitolo di Orsara non officiava più, tranne che in circostanze particolari, nella vecchia chiesa abbaziale e il Clero non risiedeva più nell&#8217;edificio che era stato la sede monastica. Il complesso aveva perso del tutto la sua funzione primitiva e il Clero non era più di tipo regolare ma secolare. Il Capitolo di Orsara, però, ha sempre rivendicato la sua indipendenza nei confronti delle pretese del Vescovo di Troia riallacciandosi alla tradizione di passato splendore e autonomia dell&#8217;Istituto Abbaziale. In questo contesto si inserisce la vicenda di<br />
D. FRANCESCANTONIO FATTORE unico canonico di Orsara che abbia ottenuto il Rettorato dell&#8217;antica Abbazia nel 1769. Alla sua morte (Novembre 1784) l&#8217;Abbazia sarebbe tornata ai vescovi di Troia.<br />
Il complesso, sviluppatosi probabilmente intorno al fulcro della grotta di S. Michele, sorge sul fianco scosceso di un vallone. L&#8217;accesso non deve essere stato facile fino alla sistemazione attuale, che ha comportato opere di consolidamento del terreno franoso e la creazione di terrazze e scale di collegamento fra le varie parti del complesso. Questi lavori però hanno reso difficile la lettura della situazione originaria e hanno inglobato, ricoperto o addirittura disperso importanti testimonianze del periodo di maggiore splendore dell&#8217;Abbazia dell&#8217;Angelo. Del Giudice, ad esempio, ricorda che presso il cancello di accesso alla grotta ed ai giardini pubblici (lato sud della Chiesa dell&#8217;Angelo) furono costruiti, per colmare il dislivello, degli scalini con pietre staccate alla Chiesa e quindi, ai suoi tempi si camminava su pietre incise o &#8220;istoriate&#8221; per entrare nel giardino pubblico; menziona anche l&#8217;antica mensa d&#8217;altare riadoperata per farne un balcone e capitelli usati come ciminiera in una casa di contadini. I lavori si sono svolti sia intorno agli anni &#8217;30 sia verso la fine degli anni &#8217;60; oltre alla sistemazione dell&#8217;accesso, tutte le strutture del complesso e gli spazi esterni sono stati fatti oggetto di consolidamenti, modifiche, aggiunte e abbellimenti che hanno alterato il complesso di fabbriche. Maggior chiarezza sulle vicende costruttive dell&#8217;Abbazia potrebbe venire da ricerche archeologiche nelle aree non edificate, la pinetina, contigue alla chiesa; i risultati si aggiungerebbero a quelli dei saggi di scavo effettuati all&#8217;esterno della chiesa durante la campagna di restauro tuttora in corso. Potrebbe essere utile anche una raccolta di superficie lungo il fianco del vallone sottostante il complesso, oggi ricoperto da una piccola pineta, dove potrebbero essere rinvenuti frammenti trascinati a valle, per effetto del dilavamento. Una ricerca di questo tipo è stata tentata qualche anno fa, in concomitanza con l&#8217;operazione di rimboschimento lungo il fianco del vallone,fino al canale che scorre sul fondo,ma pare con esito negativo, forse anche perchè eseguita da personale non specializzato.<br />
L&#8217;Abbazia deve essere stata costruita prima del 1125 a ridosso della Grotta dell&#8217;Angelo, fulcro religioso e luogo di culto per antica tradizione. Non vi sono notizie relative all&#8217;origine della devozione micaelica in questo luogo, ma indubbiamente la grotta di Orsara si collega al Santuario del Gargano e costituisce una fra le numerose repliche della Sacra Grotta, come ad esempio la Grotta di S. Michele a Cagnano ed il Santuario di S. Michele a Monte Laureto. La grotta di Orsara è in parte di origine naturale, in parte è stata adattata per le esigenze del culto scavando la roccia. Si presenta come un&#8217;unica navata irregolare, orientata in senso est-ovest. Da ovest si accede alla grotta attraverso una chiesa subdivale con funzione di vestibolo; sul lato sud, un arco grosso modo ogivale, in parte scavato nella roccia e nella zona superiore sistemato con laterizi, costituisce forse l&#8217;ingresso originario. Vi si giunge da una tortuosa scala, anch&#8217;essa scavata nella roccia, denominata Scala Santa, che esce all&#8217;esterno verso il lato dell&#8217;Abbazia. La grotta dell&#8217;Angelo presenta un soffitto in roccia naturale, solo parzialmente sistemato con escavazione, che si configura, verso ovest, grosso modo come una volta a botte;nella zona del presbiterio si abbassa e diventa un soffitto piano inclinato da Nord verso sud. La zona presbiteriale presenta ai lati due strette aperture ogivali che affiancano l&#8217;altare sul quale si apre una nicchia che, durante la festa di S. Michele, ospita la statua dell&#8217;Arcangelo. Lo spazio dietro l&#8217;altare si presenta come uno stretto deambulatorio scavato nella roccia. Le sue pareti ed il soffitto mostrano infatti ancora numerose tracce del lavoro di scalpellatura che lo ha reso quale oggi si presenta. Le due strette aperture di entrata a questo varco sono invece definite da sottili mattoncini che caratterizzano anche altre parti del complesso. La zona presbiteriale deve essere stata più volte rimaneggiata e i due accessi in questione, insieme a quello che immette alla Scala Santa, e probabilmente la Scala stessa, potrebbero essere riferiti, per l&#8217;uso dell&#8217;arco ogivale, ad una sistemazione forse tardo-duecentesca ad opera dei Cavalieri di Calatrava che risiedevano in quell&#8217;epoca nell&#8217;Abbazia. Tali interventi andrebbero collegati, a mio parere, ai lavori che negli stessi anni si stavano svolgendo a Monte Sant&#8217;Angelo. Mi riferisco ai lavori promossi da Carlo I d&#8217;Angiò nel Santuario dell&#8217;Arcangelo, in modo particolare alla sistemazione della scala coperta di accesso alla navata, che potrebbe essere stata modello per la Scala Santa di Orsara. Maria Stella Calò Mariani data questo intervento, che comportò anche la copertura delle strutture longobarde, la costruzione della navata addossata alla grotta ed il campanile, intorno agli anni &#8217;70 del 1200 e pone l&#8217;accento sull&#8217;intonazione cistercense della navata. A mio parere anche Orsara deve essere stata interessata, in un periodo di poco posteriore (prima del 1295), da una serie di interventi promossi dai Cavalieri di Calatrava che appartenevano all&#8217;ordine Cistercense, al quale bene si addice la sobrietà delle soluzioni adottate. L&#8217;altare, seicentesco, è costituito da una mensa di marmo retta da due mensole simmetriche con profilo concavo e convesso che conservano tracce della dipintura originale. Anche il paliotto è in pietra, un tempo dipinta, e reca incisa una decorazione costituita da un rosoncino centrale da cui si dipartono volute vegetali; sui margini, fra le volute, compaiono due uccellini. Il pannello è riquadrato da un listello anch&#8217;esso inciso, originariamente dipinto in marrone;</p>
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		<title>Orsara di Puglia &#8211; Chiese e Cappelle</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/orsara-di-puglia-chiese-e-cappelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 10:12:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel 1590, la sede parrocchiale fu trasferita dall&#8217;antica chiesa abbaziale a quella di S. Nicola, di cui si e gia fatto cenno. Di questa chiesa è ricordato 1&#8217;antico nome di Stallone, che fa pensare sia stata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1590, la sede parrocchiale fu trasferita dall&#8217;antica chiesa abbaziale a quella di S. Nicola, di cui si e gia fatto cenno. Di questa chiesa è ricordato 1&#8217;antico nome di Stallone, che fa pensare sia stata costruita ove era una stalla o taverna. Lo spostamento della parrocchia indica che il paese si era notevolmente ingrandito e il suo centro non era più l&#8217;abbazia-santuario.<br />&nbsp;</p>
<h2>Le Chiese</h2>
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<p>Nel 1590, la sede parrocchiale fu trasferita dall&#8217;antica chiesa abbaziale a quella di S. Nicola, di cui si e gia fatto cenno. Di questa chiesa è ricordato 1&#8217;antico nome di Stallone, che fa pensare sia stata costruita ove era una stalla o taverna. Lo spostamento della parrocchia indica che il paese si era notevolmente ingrandito e il suo centro non era più l&#8217;abbazia-santuario.</p>
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<p>Bonifacio VIII aveva concesso, insieme ad altre chiese, il 24 febbraio 1303, &#8220;l&#8217;ecclesion sive domum S. Nicolai de Ursaria&#8221; al Cardinale FRANCESCO DI S.. MARIA IN COSMEDIN ed è questa la prima volta che si trova citata la chiesa di S. Nicola dì Orsara.<br />
Nel 1305, 1&#8217;Abbazia di Orsara aveva come commendatore Francesco Caetani, cardinale di S. Maria Cosmedin; ne era amministratore il suo vicario Bernardo Bufolo. Al Bufolo subentrò Bartolomeo Fontanarosa, che, fino al 1325, pagava le decime anche per le chiese di S. Felice e S. Gervaso site nei pressi di Crepacore. Francesco Caetani aveva gia avuto, nel 1303, dallo zio Bonifacto VIII la concessione della chiesa di S. Nicola di Orsara, considerata come beneficio ecclesiastico distinto dall&#8217;abbazia (&#8220;&#8230;.ecclesiam sive domum sancti Nicoiai de Ursaria trojanae diocesis&#8221;).<br />
Questa chiesa sembra sia stata fondata alla fine dell&#8217;XI secolo nell&#8217;entusiasmo suscitato dalla notizia che le reliquie di S. Nicola erano giunte a Bari (la notizia è in un foglietto allegato ad un registro parrocchiale di Orsara). La concessione al Caetani e il diploma di Carlo, figlio del re Roberto d&#8217;Angiò, che nel 1322 riconobbe il possesso di questa chiesa alla S. Sede, sono le prime notizie di un&#8217;altra chiesa, diversa da quella abbaziale, che si avviava ad essere la più frequentata dalla popolazione. Francesco Caetani mori nel 1317 e non furono nominati altri commendatori.<br />
Nel 1590 si era verificato lo spostamento della sede parrocchiale del Capitolo di Orsara dalla Chiesa dell&#8217;Angelo a quella di San Nicola di Bari, con il mantenimento del titolo di Sant&#8217;Angelo e del sigillo con l&#8217;effigie dell&#8217;Arcangelo Michele e la legenda &#8220;Capitulum Sancti Angeli de Ursaria&#8221;. Lo spostamento comportò il trasferimento degli arredi sacri con il fonte battesimale, la statua dell&#8217;Arcangelo ed il monumentale coro ligneo.<br />
Nel 1622, la nuova chiesa parrocchiale fu notevolmente ampliata con la costruzione della navata centrale, che occupò parte dell&#8217;antistante piazza originariamente a forma rettangolare. Per i lavori si spesero 600 ducati ricevuti da un legato testamentario di Angelo Cozza. Nella nuova chiesa fu portato il dipinto di Antonio Solario, detto Lo Zingaro(1382-1445) e il coro ligneo dell&#8217;abbazia, dei quali si ricordano i 18 stalli laterali e quello centale per 1&#8217;abate raffigurato in bassorilievo con le insegne vescovili.</p>
<p>Sulla facciata laterale di questa chiesa vi sono due epigrafi, che si riportano anche se da esse non può desumersi alcuna notizia di particolare interesse. Su una pietra incastonata nella parete si legge: NICOLAO DICATU 1.9 PAR S 1662 e sull&#8217;architrave di una porta ora murata M(i)RABILI PASSION(i)S D(omi)NI NOSTRI IESU XPI (Christi) CONFRATRES URSARIENSIS IN MEMORIA(m) ET VENERATIONEM SU(m)PTIB(us) PROPRIIS EREXERE ANNO AB INCARNATO VERBO MDCLII (I confratelli di Orsara nel 1652 eressero a proprie spese in memoria e venerazione della passione di Gesù Cristo).<br />
Della statua del protettore S. Michele si sa solo che fu opera dello scultore napoletano Giacomo Colombo (1663 -1730). Viene portato nella Grotta nel Periodo della Festa Patronale.<br />
Nel 1624, giunse ad Orsara, trasportata su un carro, la statua della protettrice Madonna della Neve (a S. Maria ad Nives è dedicata la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, opera del napoletano Aniello Stallato, che ebbe in compenso cento ducati ricavati da un legato di Camillo Noia. Altri cento ducati per il trasporto furono pagati dal prete Antonio di Panni. La statua fu sistemata nella chiesa omonima. Questa chiesa, costruita nell&#8217;XI secolo molto vicino al canale (ora ricoperto), era crollata per una frana; nel 1620 fu costruita nella posizione attuale utilizzando le somme ricevute da molti legali testamentari.<br />
Il Reverendo Capitolo possedeva: La Cappella del SS. mo Rosario, La congregazione dei Morti, La SS.Ma Concezione, La Cappella di S. Maria della Neve, La Cappella del SS. mo Sacramento,<br />
La Cappella della SS.ma Nunziata, Il Convento di S. Giovanni Battista, Convento di San Domenico, Santa Maria delle Grazie, San Giovanni, San Pietro.<br />
Le cariche nell&#8217;amministrazione dell&#8217;Ordine, a parte quella di Gran Maestro, erano quelle di commendador mayor, clavero, prior, sacristan e obrero. Il Gran Maestro risiedeva di regola nel Sacro Convento di Calatrava la Nuova (poi Cividad Real) che era la casa madre dell&#8217;Ordine ed era posta a poca distanza da Calatrava, rioccupata dai Musulmani e liberata da Alfonso IX fra il 1212 e il 1218.</p>
<p>All&#8217;attività guerresca erano state conformate le regole di vita dei Cavalieri, così come i loro abiti, ma le opinioni non sono concordi su questo punto. I monaci dovevano vestire in costume simile a quello di Citeaux o con abito simile a quello dei secolari con uno scapolare bianco con cappuccio attaccato ad una mozzetta, per lo meno fino al 1397, quando ebbero da Papa Benedetto XIII il permesso di portare solo una Croce Gigliata di panno rosso attaccata alla parte sinistra dell&#8217;abito.<br />
I Cavalieri portavano tonache corte per montare a cavallo, scapolare, mantello (rivestito all&#8217;interno di pelle di agnello), e cappuccio, il tutto di solito in lana. Dal 1222-1224 i Cavalieri portavano durante i servizi religiosi anche la cocolla monastica dei religiosi del coro. L&#8217;insegna dell&#8217;ordine era una Croce Gigliata rossa in forma semplice al principio, sempre più elaborata poi. Dall&#8217;Ordine di Calatrava dipendevano spiritualmente gli ordini di Alcantara, Contesa, Avis, Evora, e Di Cristo (gli ultimi due di origine portoghese) mentre gli ordini di Trujillo e Monte Frago furono totalmente assorbiti. All&#8217;ordine fu affiancato nel 1213 un ramo femminile da esso dipendente.<br />
Le notizie storiche relative all&#8217;Ordine di Calatrava sono state desunte da: BONANNI F., Catalogo degli ordini Equestri e Militari, Roma 1711. CAPPELLETTI L., Storia degli Ordini Cavallereschi, Bologna 1969 Rist. an.; PULLE&#8217; L., Dalle Crociate ad oggi &#8211; Rassegna degli Ordini Militari Ospitalieri Religiosi e di Cavalleria di tutto il mondo 1048-1904, Milano 1905. STORIA DEGLI ORDINI MONASTICI RELIGIOSI E MILITARI E DELLE CONGREGAZIONI secolari, Lucca 1737, Vol. VI, tradotto dal francese da P. Fontana. MORONI V., Dizionario storico ecclesiastico, Venezia 1840, Vol. V. DIZIONARIO DE HISTORIA DE ESPANA (Rivista de Occidente) Madrid 1968. DIZIONARIO DEGLI ISTITUTI DI PERFEZIONE, Muscolo 1973, Vol. I. MANRIQUE A., Cistercensium seu verius Ecclesiasticorum Annalium a conditio Cistercio, Ligduni 1642.<br />
Di epoca anteriore all&#8217; XI secolo è la chiesa abbaziale di S. Angelo, in seguito detta di S. Maria e, oggi, dell&#8217;Annunziata perchè, in una certa epoca, fu sede della confraternita S. Maria Annunziata.<br />
La chiesa sembra una fortezza per la sua posizione sull&#8217;orlo di un precipizio e per la mancanza di qualsiasi elemento decorativo. Ha forma rettangolare con 1&#8217;abside orientato verso est e due ingressi laterali sul lato opposto. Sulla parete ad ovest vi sono due finestre monofore a centina ed una finestra centrale a livello più basso. La copertura è costituita da due cupole ellissoidi di diverse grandezza, intervallate da una volta a botte ed inglobate nei muri perimetrali. La tecnica costruttiva, indubbiamente orientale, conferma la sua origine bizantina.<br />
E&#8217; tradizione che la chiesa attuale sia l&#8217;unica navata superstite di una originaria Chiesa a dodici navate, che occupava tutta l&#8217;area dell&#8217;adiacente villetta comunale. Questa tradizione non ha fondamento; essa ricorda soltanto un passato più splendido, anche se lo stato attuale dell&#8217;edificio mostra evidenti le manomissioni ed i rimaneggiamenti subìti. Ad un livello più basso, rispetto a questa chiesa vi è la Grotta di San Michele. Questa grotta, di origine naturale, ha avuto modifiche e adattamenti<br />
Una rozza epigrafe, esistente nella grotta, indica che i lavori di miglioramento furono fatti da Martinus et Mini de Altamura nel 1527.<br />
In origine, l&#8217;imboccatura della grotta dava su un ripido declivio; onde, per l&#8217;accesso, si costruì 1a scalinata scavata nella roccia. Poi si creò lo spiazzo antistante all&#8217;imboccatura e vi si costruì la Chiesa dedicata a S. Pellegrino. Quest&#8217;ultima fu dedicata a questo santo e, forse, anche costruita nel 1643: quando l&#8217;arciprete Francesco Calvani (1642-52) ottenne da G.B. Astalli, vescovo di Troia (1626-46) l&#8217;osso del pollice destro di S. Pellegrino, il cui corpo si conserva nella cripta della cattedrale di Foggia.<br />
Già parzialmente crollata, la chiesa fu demolita nel 1810;</p>
<p>Il paese aveva un campo fortificato nel luogo oggi detto Capalummo o Castello, ove si notano ancora i ruderi delle antiche torri di impianto romano o alto medioevale. Vi sono ancora alcuni pezzi delle antiche mura. Non lontano dall&#8217;odierno largo S. Michele vi è un torrione e, dove via Volpe sbocca in via Trento, vi è la porta cosiddetta Ecana, che, forse, non è quella originale neppure per il nome. Anticamente la porta principale del paese era quella detta S. Pietro, forse un pò più avanti dell&#8217;odierna piazza omonima: era così denominata perchè da essa iniziava la strada che portava al santuario di S. Pietro di Montellere o di Sannoro, citato in molti documenti medioevali. La porta a nord dell&#8217;abitato prende nome dalla chiesa e dal monastero adiacente, fondati, con un ospedale, dai Cavalieri di S. Giovanni (detti di Malta o Ospitalieri). Allontanatisi i fondatori in epoca imprecisata, la chiesa ed il convento furono concessi ai Domenicani nel 1417 e, come risulta da una bolla del papa Pio II in data 24 settembre 1458, erano una dipendenza del monastero di S. Severo appartenente allo stesso ordine.<br />
Ad Orsara la prima campana di cui si ha notizia pesava sei cantari e mezzo; fu inaugurata dal vescovo Tommaso De Marco il 23 dicembre 1692 mentre era arciprete Vincenzo Staffieri. Un&#8217;altra campana, del peso di sette contari, fu fusa il 20 agosto 1725 da Gio Batta Tarantino e fu istallata il 24 dicembre 1728; la legna occorrente per la fusione fu offerta dalla popolazione; il fonditore ebbe un compenso di 70 ducati. Giovan Domenico Tarantino, il 20 dicembre 1742, costruì un&#8217;altra campana di sette cantari impiegando 50 rotoli di rame; il prezzo di 60 ducati fu pagato dall&#8217;università di cui era sindaco Diego De Respinis. I Tarantino risiedevano ad Orsara, ma erano originari di S. Angelo dei Lombardi.<br />
Le prime notizie sulla Chiesa Madre di Orsara risalgono al 1303, quando Bonifacio VIII la concesse al nipote Cardinale Francesco Caetani. Ovviamente non aveva le attuali dimensioni. Prima del 1656 era una chiesa ad una sola navata e l&#8217;abside occupava l&#8217;odierna sacrestia. Essenziale e sobria nella sua semplicità aveva l&#8217;ingresso che si apriva sulla Piazza di fronte all&#8217;attuale Via Cavour. Nel 1590 l&#8217;antico Capitolo di S. Angelo e S. Maria si trasferì in questa Chiesa per motivi diversi dicono le fonti ufficiali: Per essersi trovato l&#8217;antico Capitolo in posizione periferica rispetto alla crescita del paese e per l&#8217; inagibilità della stessa. In realtà i Guevara in questo periodo vi apportarono modifiche radicali e &#8220;costrinsero&#8221; il clero a spostarsi nella &#8220;Ecclesia sive domus Sancti Nicolai Ursariae&#8221;.</p>
<p>Nel 1602 sorse la congregazione del Santissimo Sacramento che vi eresse a sue spese una Cappella, come ci attesta l&#8217;iscrizione dell&#8217;architrave dell&#8217;ingresso murato.<br />
SACRAMENTO MIRABILI PASSIONIS DNI NOSTRI<br />
IESUS XPI CONFRATRES URSARIENSES IN MEMORIA<br />
ET VENERATIONEM SUB TIB??? PROPRIS EREXERE<br />
ANO AB INCARNATO VERBO MDCII (Nell&#8217;anno 1602 dall&#8217;incarnazione del Verbo i confratelli di Orsara eressero a proprie spese in memoria e venerazione al Sacramento della Mirabile Passione di nostro Signore Gesù Cristo).<br />
E poco dopo, nel 1622, cominciarono i lavori di ampliamento della chiesa. Da edificio ad un&#8217;unica navata venne trasformato in chiesa barocca a croce latina, diventando la primitiva navata il braccio più corto della croce e l&#8217;edificio aggiunto divenne la navata centrale.<br />
In origine ai lati della navata si aprivano 10 cappelle e ve ne erano altrettante a sinistra e a destra. Venne costruita anche la torre campanaria. L&#8217;altare venne spostato dal primitivo sito, che divenne la sacrestia, e collocato di fronte alla navata centrale.<br />
Sotto l&#8217;altare vi era la cripta che fungeva da sepoltura dei sacerdoti ed alla quale si accedeva da una scalinata che si apriva al centro della navata.<br />
Le cappelle avevano la funzione di tombe delle famiglie più importanti e all&#8217;ingresso vi era quella del &#8220;publico&#8221; (dei cittadini poveri). Oggi tutto questo non esiste più.<br />
Un forsennato, quanto disgraziato, intervento di restauro effettuato sotto l&#8217;Arcipretura di D. Costantino Goffredo ha eliminato per sempre le caratteristiche dell&#8217;edificio.<br />
Ai lati della navata centrale si possono ammirare scene del Vecchio e Nuovo Testamento e, cominciando da sinistra, vi sono tante terrecotte di ????????????? che rappresentano la Crocifissione di Gesù Cristo ambientata in Orsara, dono di Rocco Mescia, alla nostra chiesa.<br />
Sul lato destro dell&#8217;altare vi è il fonte battesimale del 1600 e a sinistra un crocifisso in pietra di scuola fiamminga proveniente dal distrutto Casale di Ripalonga (forse Castellum Novum) rappresentante la Crocifissione e la Sacra Famiglia sul retro.<br />
Un calice in argento, argento dorato con tracce di smalti traslucidi nei colori blu e verde : Un calice di fattura sulmonese. Una ricerca ancora in corso sull&#8217;argenteria sacra pugliese d&#8217;età medioevale ha portato al rinvenimento di un prezioso e inedito manufatto custodito nella chiesa di San Nicola di Bari ad Orsara di Puglia. Si tratta di un calice in argento, argento dorato e con tracce, seppure infinitesimali, di smalti traslucidi nei colori blu e verde. Nell&#8217;attesa certo di più approfondite analisi, che meglio evidenzieremo in altra sede, è fuori dubbio che esso sia un oggetto prodotto a Sulmona molto presumibilmente a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento, comunque non oltre la metà del XV secolo.La città abruzzese, infatti, fu centro assai qualificato nella lavorazione dei metalli preziosi tante che in un vasto e ben documentato quadro di rapporti con la nostra regione da quì giunsero diverse opere ragguardevoli come la notissima copertura di Evangelario della Cattedrale di Lucera, ora nel vicino museo Diocesano, e taluni altri reperti conservati nel tesoro della Cattedrale di Troia e nel Tesoro della Basilica di San Nicola di Bari. Le parti originali del Calice di Orsara sono per l&#8217;esattezza la base e il fusto mentre la coppa, caratterizzata da decori vegetali a sbalzo e traforo di chiara produzione napoletana, sostituisce quella primigenia andata molto probabilmente perduta nel corso del XVII secolo e dove, forse, era impresso il punzone sulmonese. La base mistilinea è contrassegnata da sei lobi alternati a punte e da un orlo modanato punzonato nel mezzo di minuti fiorellini. La nervatura centrale di lunghe foglie attorcigliate, suddivide il piede in sei scomparti &#8211; da un fondo &#8216;a buccia d&#8217;arancia&#8217; emergono sei cornicette quadrilobate che accolgono altrettante piastrine ove sono incisi santi a mezzo busto, un tempo smaltati come lo erano quelli del sovrastante nodo oltre agli elementi floreali (gigli angioini?) del fusto esagonale. Non conosciamo l&#8217;artefice del calice di Orsara ma alcuni particolari, come l&#8217;insieme delle parti costruttive e la presenza di fiorellini ai lati dei santi posti nei quadrilobi oltre a taluni caratteri fisiognomici, portano per intanto ad accostarlo a quello noto e assai meglio conservato del Convento della Santissima Trinità di Sepino(Campobasso) che però, proviene dalla locale chiesa dell&#8217;Annunziata. Questo calice porta bene in evidenza il nome del maestro Nicola Aventino di Sulmona. Un elemento, forse, che potrebbe giustificare l&#8217;arrivo ad Orsara di un simile manufatto, tutto però da approfondire sul piano delle indagini, non possa altro che per un evidente anacronismo è dato dalla presenza a Troia del Vescovo Nicola de Casis o de Cesis che, originario dell&#8217;Abruzzo, amministrò la Diocesi dal 1361 a prima del 1366 che è l&#8217;anno del trasferimento a Venafro, del suo immediato successore Guido. Proprio in questo territorio diocesano rientrava il comune di Orsara di Puglia sede, peraltro, di un importante ed antico complesso abbaziale, sotto il titolo di San Michele, del quale bisogna tener conto in questa vicenda.</p>
<p>L&#8217;altare, di marmi policromi, è un bell&#8217;esempio di architettura barocca.<br />
Dietro l&#8217;altare, nell&#8217;abside, è collocato un magnifico organo del 1756, dono del Vescovo di Troia alla chiesa di Orsara. Ai lati dell&#8217;altare maggiore vi sono le cappelle di S. Michele e della Madonna Addolorata con due grosse tele di scuola napoletana e tedesca e le statue dell&#8217;Addolorata, di S. Michele, di Cristo morto e della Madonna della Neve.<br />
L&#8217;Edificio, così completato, venne dedicato di nuovo a S. Nicola di Bari nel 1622 come ci attesta l&#8217;epigrafe di una delle finestre, divisa in due pezzi utilizzati come architrave e basamento:<br />
TEMPLUM DIVO N ICOLAO DICATU<br />
ANO DNI VIRGINE 19 PARTUS 1662<br />
(Tempio dedicato al divino Nicola nell&#8217;anno del Signore dal parto della Vergine 1662).<br />
La consacrazione si rese necessaria per la definitiva sistemazione della chiesa madre.<br />
In essa furono portati parte degli arredi sacri e alcune sculture della Chiesa dell&#8217;Angelo. Dei documenti in cartapecora (pergamene), dei prodotti dei monaci non è rimasto nulla, tranne una pergamena del 1342 e due antifonari del 1400. La Chiesa attualmente custodisce un archivio che è indubbiamente la più sicura fonte per la conoscenza della storia di Orsara negli ultimi 4 secoli: i Registri dello Stato Civile, gli Status animarum e copia dei documenti, i cui originali sono svaniti nel nulla o forse artatamente distrutti, come afferma V. Del Giudice da chi ne traeva vantaggio: l&#8217;episcopio troiano e casa Guevara.</p>
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<h2>Chiesa Valdese</h2>
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<p>La chiesa Valdese è nata nel 1900 ad opera di alcuni emigranti. Questi dagli U.S.A. portarono ad Orsara l&#8217;Evangelo delle comunità valdesi e subito dopo fondarono la Chiesa Valdese di Orsara di P.<br />
La chiesa, posta al centro del paese, fu acquistata dai fedeli. Essi parteciparono ad un versamento di quote in un libretto di risparmi nel 1932.<br />
Nel 1933 la Tavola cominciò ad interessarsi del problema. A novembre, dopo una visita del Capodistretto Paolo Bosio , seguì un sopralluogo di un tecnico. A Gennaio del 1934 la Tavola prese la decisione ed a febbraio la comunità ebbe il suo nuovo Tempio. In venti giorni, con una spesa di £. 1725,00, oltre ad alcune centinaia di giornate di lavoro il tempio potè essere inaugurato: era l&#8217;11 marzo 1934</p>
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<h2>Chiesa S. Salvatore sec. XIX</h2>
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<p>Edificato extra- moenia ( fuori le mura ), il<br />
tempio risale al XVII secolo. Successivamente, nel 1837, fu inglobato nel cimitero.<br />
Attualmente funge da cappella per le sacre funzioni della Commemorazione dei defunti.</p>
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		<title>Orsara di Puglia &#8211; Cenni storici</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/orsara-di-puglia-cenni-storici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 10:04:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Adagiata sulle pendici di Monte San Marco e nascosta dai dolci declivi di Monte Maggiore alla piatta e assolata piana di Capitanata, sta Orsara di Puglia come sentinella dei monti del pre-Appennino dauno. Composta nella sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Adagiata sulle pendici di Monte San Marco e nascosta dai dolci declivi di Monte Maggiore alla piatta e assolata piana di Capitanata, sta Orsara di Puglia come sentinella dei monti del pre-Appennino dauno.<br />
Composta nella sua architettura spontanea, serena si presenta allo sguardo, quando si affrontano gli ultimi tornanti.<br />&nbsp;</p>
<h2>Le origini</h2>
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<p>Adagiata sulle pendici di Monte San Marco e nascosta dai dolci declivi di Monte Maggiore alla piatta e assolata piana di Capitanata, sta Orsara di Puglia come sentinella dei monti del pre-Appennino dauno.<br />
Composta nella sua architettura spontanea, serena si presenta allo sguardo, quando si affrontano gli ultimi tornanti.<br />
Il suo impianto urbanistico medievale asseconda gradevolmente gli umori del terreno sul quale, quasi a precipizio tra estranei abeti, si staglia il complesso architettonico dell&#8217;ex Abbazia di Sant&#8217;Angelo del X-XI secolo.<br />
L&#8217;origine di Orsara si confonde con la leggenda.<br />
Si parla di un&#8217;orsa trovata con due cuccioli in una tana, quasi a simboleggiare la suggestiva e primitiva ricchezza di boschi incontaminati di questi luoghi.<br />
Sicuramente ebbe contatti con Osci e Irpini, come testimoniano i reperti archeologici conservati nel Museo Diocesano. Fu teatro di battaglie durante la seconda guerra punica; forse era attraversata dalla via Erculea, voluta dall&#8217;imperatore Caio Valerio Massimiliano detto Ercules (240-310 d.C.)<br />
Secondo altri, forse, nel periodo longobardo-bizantino vi dimorò un potente personaggio dal nome Ursus, dal quale deriverebbe il nome Orsara.</p>
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<h2>Orsara nella sua storia</h2>
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<p>Le citazioni più antiche indicano il paese con i nomi di URSARA, URSARIA, URSORIA, URSANO, URSANA, ORSARIA, ORSAJA, TORRE ORSAIA, LORSARA e MONTORSARA; talora vi e l&#8217;aggiunta di CASTELLO, CASTRUM o TERRA. Nel dialetto locale il nome è pronunciato &#8220;URSAR&#8221; e quello de­gli abitanti &#8220;URSARIS&#8221; (singolare URSARAS) con le consonanti finali dolci.</p>
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<p>L&#8217;originaria denominazione di ORSARA in Capitanata fu mutata in ORSARA DAUNO-IRPINA col R.D. 22.1.1863 n. 1140 e in ORSARA DI PU­GLIA col R.D. 8.8.1884 n. 2569. La provincia di Capitanata e Molise ebbe come capoluogo Lucera fino al 1806 e, poi, Foggia con i dipendenti distretti di Manfredonia e Larino (L. 27.9.1806 n. 189), a questi ultimi, nel 1811 (R.D. 4.5.1811 n. 922), furono sostituiti i distretti di San Severo e Bovino. Orsara fu inclusa prima nel distretto di Foggia, poi in quello di Bovino. Dopo l&#8217;unificazione dell&#8217;Italia, fu aggregata al distretto di Ariano ed alla provincia di Avellino (Decreto Luogotenenziale 17.2.1861<br />
n. 85 e, nel 1927, riportata nella provincia di Foggia (R.D.L. 1.4.1927 n. 1301). Nei tempi più antichi la funzione giudiziaria era demandata al feudatario,che la esercitava tramite le corti baronali ; per gli affari più importanti era competente la Regia Udienza Provinciale, che ebbe sede a San Severo fino al 1579 e poi a Lucera. Abolita la feudalità (L. 2.8.1806), le Regie Udien­ze Provinciali furono sostituite dai Tribunali (L. 27.9.1806) e dai Giudici di pace (L. 20/5/1808) aventi competenza su un territorio detto -circondario&#8221;. Nel 1817 (L. 29/5/1817) i Giudici di pace furono sostituiti dai Governatori (in seguito detti Pretori) in ogni circondario e dai Giudici Conciliatori in ogni Comune. Ad Orsara vi era gia il carcere prima del 1806; si utilizzavano a tal fine i pianterreni del palazzo baronale. Nel 1808, il paese fu incluso nella giurisdizione del giudice di Pace di Troia finchè, con decreto di Gioacchino Murat in data 3 novembre 1813, divenne capoluogo di circondario con giu­risdizione estesa ai vicini comuni di Greci e Montaguto. Il gia citato decreto luogotenenziale n. 85 del 1861 unì al Tribunate di Ariano il ciurcondario di Orsara ampliato con l&#8217;aggiunta di Savignano. Nel 1927 (col R.D.L. già citato) la Pretura di Orsara fu inclusa nella circoscrizione del Tribunale di Fog­gia e il territorio del mandamento fu modificato con l&#8217;aggiunta di Panni e l&#8217;esclusione di Greci, Montaguto e Savignano. Il D. P. R. 31/12/1963 n. 2105 aggregò Panni al mandamento di Bovino. Dal pri­mo dicembre 1989 il locale ufficio della Pretura è stato soppresso ed unito alla Pretura Circondaria­le di Foggia (Legge 1.2.1989 n. 3; D.L. 15/5/1989 n. 173; L. 11/7/1989, n. 251.</p>
<p>Del tutto banale è l&#8217;opinione che fa derivare il nome di Orsara dalla famiglia Orsini, che, in tem­pi relativamente recenti, vi ebbe vasti possedimenti. Non valida inoltre anche la prospettata derivazione da aer sanus o da or si sana per l&#8217;aria salubre che, anticarnente, avrebbe fatto destinare il luogo alla cura dei soldati feriti. Piu eruditi, ma difficili da avallare, sono i riferimenti sia all&#8217;antico popolo degli Ursentini e sia a radici verbali greche che, richiamando creden­ze animistiche preistoriche, dovrebbero giustifica­re la tesi di un&#8217;origine antichissima del paese. Più accettabile sembra l&#8217;opinione che ritiene il toponimo derivato dall&#8217;animale anticamente frequente nella zona. La leggenda riferisce che il paese si costituì ove era la tana di un&#8217;orsa con due cuccioli; perciò lo stemma araldico del Comune raffigura l&#8217;orsa rampante con una quercia e due orsacchiotti. Secondo un&#8217;antica leggenda, Orsara sarebbe sta­ta fondata dal re Malenzio nell&#8217;anno 2785 del Mon­do (2725 a.C.). Malenzio era figlio di Dasunno, pronipote di Minosse, re di Creta, e discendente di Noè; era il padre del re Dauno ed edificò Ecana (og­gi Troia) in memoria di sua moglie Ecania. Un&#8217; altra leggenda attribuisce la fondazione di Orsara al mitico eroe greco Diomede. Costui, toma­to dalla guerra di Troia e scoperto l&#8217;adulterio della moglie Egiale, si allontanò dalla sua patria Argo in Grecia ed approdò con i compagni in Puglia. Qui guerreggiò a lungo con le popolazioni locali finchè si convenne di affidare le sorti della guerra ad un torneo; vincendolo, Diomede ebbe in moglie Isiona, quartogenita del re Melenzio, con il Gargano e la città di Ecana. In seguito, l&#8217;eroe greco dovette affrontare altre guerre e costruì il castello fortifica­to di Orsara per tenervi i suoi depositi e farvi cura­re i compagni feriti. E&#8217; evidente che queste leggende collegano l&#8217;origine di Orsara alla colonizzazione greca dell&#8217;Italia meridionale avvenuta tra l&#8217; VIII e il VI secolo a. C. Prescindendo dalle leggende, c&#8217;e da notare che alcuni interessanti reperti archeologici, rinvenuti in Iocalità Serro Forcella (circa cinque chilometri a nord-est del paese) e conservati nel museo locale, indicano che, nell&#8217;XI secolo avanti Cristo, la zona di Orsara era abitata da genti in contatto con gli Osci e gli Irpini. Va anche rilevato che il centro abitato è costruito su un ammasso compatto di arenaria con molte grotte naturali; queste, probabilmente, favorirono i primi insediamenti umani in tempi preistorici. Importanti eventi si verificarono nella zona di Orsara durante la seconda guerra punica, che eb­be come protagonisti Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, comandante dei Romani, e Annibale, comandante del Cartaginesi. L&#8217;accampamento romano fu posto nei pressi di Ecana o, secondo una tradizione locale, a Monte Cimato. Per attraversare questo monte dall&#8217;una all&#8217;altra pendice, i Romani avrebbero scavato una galleria, laddove tuttora si vede l&#8217;imbocco di una grotta detta Grotta di Calavone; il nome sembra ricordare il capo saraceno Calfone, che tra l&#8217;850 e l&#8217;861 d.C. scorazzò in questa regione saccheggiando ed uccidendo.</p>
<p>Annibale era accampato a Monte Calvello (la località nei pressi dell&#8217;odierno Borgo Giardinetto, era ancora denominata Castra Annibalis nel medioevo); non avendo possibilità di continuare ad approvvigionare il suo esercito in Puglia, ove i raccolti erano stati distrutti, attraversò la valle del Cervaro e sconfinò a far bottino nella ricca Campania. Nel III secolo a.C. la valle del Cervaro non era attraversata da una strada; quella oggi esistete (SS.90) fù costruita agli inizi del XIV secolo, forse risistemando una via preesistente detta Via Erculea questa, voluta dall&#8217;imperatore Caio Valerio Massimiano detto Erculeus (240-310 d.C.) congiungeva Venosa ad Equotutico (città ora distrutta, tra Greci e Castelfranco). Si è fatta anche l&#8217;ipotesi che la strada romana attraversasse Orsara identificabile con la stazione di posta denominata Ad Matrem Magnam. L&#8217;anno successivo, poco prima della battaglia di Canne avvenuta il 2 agosto del 216 a.C. i consoli romani Terenzio Varrone e Paolo Emilio posero un presidio ad Orsara e, per rafforzarne le difese naturali costruirono le torri in località Castello, ove ancora oggi si vedono dei ruderi. All&#8217;epoca romana appartengono alcuni reperti trovati nel territorso di Orsara e cioe un&#8217;epigrafe rinvenuta in località Pietra Scritta o Parcarelle ed una statua, detta volgarmente Madonna di Macinante dal luogo del rinvenimento, ma forse raffigurante la dea Cerere. Nel dicembre del 546 d.C., durante la guerra gotico-bizantina (535-553), nella valle del Cervaro avvennero importanti battaglie tra i Goti di Totila ed i Bizantini, comandati da Giovanni il Sanguinario luogotenente di Belisario, e da Emilio Tulliano, capo militare di Siponto. Vi parteciparono anche contadini del luogo e ciò indica che la zona era notevolmente popolata. Orsara si ingrandì tra il VI e VII secolo d.C.<br />
Orsara si ingrandì tra il VI e VII secolo d.C.Quando vi si rifugiarono gli abitanti di Ecana. Questa città posta circa due chilometri ad est dell&#8217;odierna Troia era un importante nodo della Via Trajana; fu distrutta alla fine del VI secolo dai Longobardi. Gli Ecanesi fuggiaschi portarono ad Orsara le reliquie della loro chiesa ed incrementarono la comunità cristiana che vi si era costituita fin dal IV-V secolo. L&#8217;abbazia si costituì ad Orsara successivamente; infatti, data la grande importanza che assunse, non avrebbe mancato di dare nome al paese se si fosse costituita prima del centro abitato.</p>
<p>L&#8217;abbazia si costituì ad Orsara successivamente; infatti, data la grande importanza che assunse, non avrebbe mancato di dare nome al paese se si fosse costituita prima del centro abitato. Il monastero sembra sia stato fondato nell&#8217;VIII secolo, quando la zona era ancora controllata dal Bizantini, da monaci venuti dall&#8217;Oriente per sfug­gire alle persecuzioni della Guerra Iconoclasta (726­843). L&#8217;insediamento fu favorito dalle grotte naturali ivi esistenti ed, in particolare, da quella ancora oggi dedicata al culto di S. Michele. Molti indizi confermano che fondatori del monastero furo­no i monaci orientali, impropriamente detti Basiliani solo perchè si ispiravano agli insegnamenti di S. Basilio il Grande (330-379 d.C.). Fra questi indizi si indicano:<br />
&#8211; il culto di S. Michele, di origine orientale è molto praticato nei cenobi bizantini, che vi dedicavano, possibilmente, una grotta;<br />
&#8211; il fatto che i territori appartenenti all&#8217;abbazia erano denominati Laura (oggi la località e detta Montagna) considerato che laure erano chiamati i cenobi basiliani;<br />
&#8211; l&#8217;esenzione dell&#8217;abbazia dalla giurisdizione dei vescovi vicini di Ariano Irpino, Bovino e Troia (que­sti vescovati, peraltro, furono costituiti tra il X e l&#8217;XI secolo e, quindi, dopo il monastero di Orsara);<br />
&#8211; alcune caratteristiche peculiari delle chiese bizantine, come l&#8217;abside rivolto ad oriente, ancora rilevabili nella chiesa abbaziale (oggi detta Annunziata) di Orsara;<br />
&#8211; il ricordo che in questa chiesa esistevano dipinti bizantini su tavole.</p>
<p>Alla fine del VIII secolo la zona di Orsara cadde sotto il controllo dei Langobardi, che la fortificarono costruendo le antiche torri romane, in modo da farne un baluardo contro i Bizantini che cotrollavano la pianura pugliese. Però la tradizione che i Longobardi avrebbero destinato il paese a soggiorno e cure dei soldati feriti è abbastanza incongruente se si considera che si era in una zona di frontiera. Nel 1009 Melo da Bari e il cognato Datto si ribellarono ai Bizantini e si allearono con i Longobardi. Nella lunga guerra che ne seguì, Melo stabilì un forte presidio ad Orsara e, nella zona ancor oggi Guardiola, approntò le difese contro i nemici facendo anche costruire, in posizione un po&#8217; più arretrata nella località oggi detta Piano del Pozzo, la chiesa di S. Salvatore. In seguito questa chiesa rimase abbandonata finchè Troiano Staffieri la ricostruì e la dotò di rendite con un atto del notar Muccigno in data 16 gennaio 1621; la chiesa fu definitivamente abbattuta nel 1825 per far posto al cimitero oggi in funzione. Datto, aiutato dall&#8217;abate di Orsara che lo presentò ad Atenolfo, abate di Montecassino, ottenne dal principe Pandolfo IV di Capua la Torre del Garigliano in cui si fortificò. Le notizie fin qui esposte sono solo tradizioni non documentate storicamente. Orsara viene citata la prima volta, in un diploma dell&#8217;anno 1024 col quale il catapano bizantino Basilio Bogiano fissò i confini di Troia da lui fondata o, piuttosto, fortificata. Il confine indicato nel documento passava per la grotta di Orsara, onde il paese, presumibilmente possesso dei Longobardi, rimaneva fuori dalla giurisdizione di Troia.<br />
Di epoca anteriore all&#8217; XI secolo e la chiesa abbaziale di S. Angelo, in seguito detta di S. Maria e, oggi, dell&#8217;Annunziata perchè, in una certa epoca, fu sede della confraternita S. Maria Annunziata. La chiesa sembra una fortezza per la sue posizione sull&#8217;orlo di un precipizio e per la mancanza di qualsiasi elemento decorativo. Ha forma rettangola­re con l&#8217;abside orientato verso est e due ingressi laterali sul lato opposto. Sulla parete ad ovest vi sono due finestre monofore a centina ed una fine­stra centrale a livello più basso. La copertura è costituita da due cupole ellissoidi di diverse grandezza, intervallate da una volta a botte ed inglobate nei muri perimetrali. La tecnica costrutt­iva, indubbiamente orientale, conferma la sua origine bizantina. E&#8217; tradizione che la chiesa attuale sia l&#8217;unica navata superstite di una originaria Chiesa a dodici navate, che occupava tutta l&#8217;area dell&#8217;adiacente villetta comunale. Questa tradizione non ha fondamento; essa ricorda soltanto un passato più splendido, anche se lo stato attuale dell&#8217;edificio mostra evidenti le manomissioni ed i rimaneggiamenti subiti.<br />
Ad un livello più basso, rispetto a questa chiesa vi è la Grotta di San Michele. Questa grotta, di origine naturale, ha avuto modifiche e adattamenti. Una rozza epigrafe, esistente nella grotta, indica che i lavori di miglioramento furono fatti da Martinus et Mini de Altamura nel 1527. In origine, 1&#8217;imboccatura della grotta dava su un ripido declivio; onde, per l&#8217;accesso, si costruì la scalinata scavata nella roccia.<br />
Poi si creò lo spiazzo antistante all&#8217;imboccatura e vi si costruì la Chiesa dedicata a S. Pellegrino. Quest&#8217;ultima fu dedicata a questo santo e, forse, anche costruita nel 1643: quando l&#8217;arciprete Francesco Calvani (1642-52 ottenne da G.B. Astalli, vescovo di Troia (1626-46) 1&#8217;osso del pollice destro di S. Pellegrino, il cui corpo si conserva nella cripta della cattedrale di Foggia.<br />
Gia parzialmente crollata, la chiesa fu demolita nel 1810; se ne ricavarono le pietre impiegate a rinforzare la vicina Porta Nuova per sventare un attacco del brigante Arcangelo Curcio, che con duecento compagni, conduceva la guerriglia contro i Francesi.</p>
<p>In questa occasione, rimuovendo le fondazioni scaturì una sorgente la cui acqua, ritenuta miracolosa per guarire, faceva accorrere ammalati anche dai paesi vicini. Infine la chiesa di S. Pellegrino fu ricostruita agli inizi del 1900, migliorata nel 1934 dall&#8217;arciprete Teodorico Boscia e tra il 1960 e il 1970 fu restaurata ed abbellita dall&#8217;arciprete Michele Pepe con vetrate policrome e una porta in bronzo dell&#8217;artista Jorio Vivarelli.<br />
Nella seconda metà dell&#8217;XI secolo, i Normanni conquistarono l&#8217;Italia meridionale abbattendo i principati longobardi e scacciandone definitivamente i Bizantini. I nuovi padroni favorirono il passaggio al rito latino dei vescovati, delle chiese e delle numerose comunità monastiche di rito orientale. I Bene­dettini di Montecassino ebbero molte concessioni, fra le quali, in prossimità di Orsara, i territori di Crepacuore e Castellione e i monasteri basiliani di SS. Nazaro sul monte Magliano, dei SS. Nicandro e Marciano ai piedi di Montemaggiore e di S. Angelo in Troia. Però i monasteri bizantini più importanti, an­che se dovettero adottare il rito latino, conservarono la loro autonomia e rimasero sottratti dalla giurisdizione del vescovo. Ciò accadde anche per Orsara, che, in tutti i diplomi dell&#8217;XI e XII secolo, non è mai compresa nella giurisdizione civile o ecclesiastica di Troia e ne è dichiarata espressamente separata nella bolla data dal papa Onorio II in data 9 dicembre 1127.Orsara non è neppure riportata fra i possedimen­ti incisi sulla porta di bronzo di Montecassino; per cui è evidente la sua assoluta autonomia sia dal vescovo che da altre autorità monastiche.</p>
<p>Altri documenti confermano che l&#8217;Abate di Orsara non era soggetto alla giurisdizione del vescovo (Abbas &#8211; exemptus aut nullius), del quale, peraltro, aveva il privilegio di usare le insegne (pallio, mitra, baculo, coturni ed anello); perciò, dipendeva direttamente dalla S. Sede cui pagava il censo annuo di un&#8217;oncia d&#8217;oro. Non si sa quando l&#8217;abbazia ebbe questi privilegi, ma è certo che li aveva nella prima metà del XII secolo ciò conferma che, all&#8217;epoca, aveva già quell&#8217;importanza che si acquisiva solo con una lunga tradizione. Inoltre va notato che, all&#8217;inizio del XII secolo le abbazie exemptae erano solo poche, scelte fra quelle più importanti. Le concessioni di questo privilegio aumentarono di molto nel corso del XII secolo; ciò non ostante dal &#8220;Liber censuum S. R. E.&#8221; si rileva che, nel 1192, solo 62 monasteri dell&#8217; Italia meridionale erano exempti. In un documento del 1159 vi è un riferimento a Giuliano come primo Abate di Orsara, contemporaneo del Vescovo Guglielmo II normanno di Troia (1106-1141), per cui si può ritenere che, alla fine dell&#8217; XI secolo, un nuovo ordine monastico si insediò nell&#8217;Abbazia di Orsara sostituendosi ai Basiliani.<br />
Nel XII secolo l&#8217;abbazia era tenuta da monaci spagnoli, cui dovrebbe essere stata concessa dalla S. Sede fin dall&#8217;epoca dell&#8217;abate Giuliano. Poichè per quest&#8217;epoca, non si hanno notizie di rapporti diretti tra l&#8217;Italia e la Spagna, la concessione dovrebbe collegarsi ai movimenti che si ebbero in tutto l&#8217;Occidente in occasione della Prima Crociata (1095-1099). Forse gli Spagnoli tenevano anche il monastero di S. Nicola de Gallitianis presso Troia; infatti la Galizia è una regione spagnola. Sono stati tramandati i nomi degli abati che vennero dopo Giuliano: Martino I (1125), Herus (1130), Martino II (1144), Pelagio (1159) e Petrus (1186). Il XII secolo fu il periodo d&#8217;oro dell&#8217;Abbazia dl Orsara; essa acquistò possedimenti in tutta la Capitanata. Oltre ad avere vasti territori nelle vicinanze di Orsara, l&#8217;abbazia possedeva il territorio di Monte Calvello (l&#8217;estensione era di 4800 moggi, pari a circa 350 ettari); a Foggia aveva la chiesa di S. Croce con un cimitero annesso; aveva anche fondi a Vaccarizza (piccolo centro abitato presso l&#8217;odierna Biccari) ed una salina a Siponto. Oltre il potere economico, l&#8217;Abate di Orsara aveva una grande autorità spirituale come si desume dalle numerose donazioni che gli venivano fatte e dalle contestazioni contro il Vescovo di Troia, che cercava di ingerirsi nei vasti possedimenti dell&#8217;abbazia. Dal Catalogo dei Baroni, che si ritiene compilato all&#8217;epoca del re Guglielmo II il Buono (1153-1189), si rileva che l&#8217;abate di Orsara (Abbas sanctae Ursariae) era anche feudatario, per cui accentrava il potere ecclesiastico e laico sul pae­se. Nel 1195, questo abate (non se ne conosce il nome) fece un prestito di 400 once d&#8217;oro (circa 12 chilogrammi) all&#8217;imperatore Enrico VI (1165-97); ne ottenne in pegno i casali di Mutato e Regiolano, presso Taranto, e l&#8217;avallo di Gualtiero da Palena vescovo di Troia e Gran Cancelliere del Regno di Sicilia; quest&#8217; ultimo gli concesse, a garanzia, il casale di S. Luppolo presso Foggia.<br />
Al XII secolo appartiene un&#8217;epigrafe, che sembra la più antica, incisa su una pietra incastrata nel muro esterno della chiesa abbaziale: vi si legge : &#8230;HIC REQUIES&#8230;CIT ABB(a)S YUH (il segno indicato con Y è difficile da interpretare e potrebbe essere P o S)&#8230;SECUN(dus)&#8230;REQUIESCAT IN PACE AM(en)&#8221;.<br />
Un&#8217;altra epigrafe, sul primo gradino dell&#8217;altare nella stessa chiesa, riporta: &#8220;PIETRO, abate di Orsara, originario di Leon (questa e una città della Spagna), saggio e pio, restaurò questa costruzione, dedicata alla SS. Trinità, decorandola in modo bello e sobrio&#8221; (HOC OPUS EXTRUXIT. SAPIENTER., LEGIONEnsis-PRUDENS. ATque: PIUS: PETRUS: ABBAS : URSARIEnsis EST. INDIVIDUE. SUB: TRINITATIS: HONore-HOC. TEMPLUM. FACTUM NITIDO PLACIDOque decore).</p>
<p>La dedica alla SS. Trinità costituisce un&#8217;ulteriore conferma dell&#8217;origine bizantina perchè, in Oriente si evitava la dedica a S. Michele per non incorre nell&#8217;eresia di Cerinto, un dottore ebreo del I secolo dopo Cristo.<br />
Una terza epigrafe era riportata su una pietra tombale intorno ad un bassorilievo raffigurante un abate mitrato con insegne vescovili. Di questa pietra, frantumata in epoca recente, restano solo frammenti che non consentono di rilevare 1&#8217;epigrafe. Questa, peraltro, era composta solo di caratteri epigrafici di difficilissima lettura e, nel XVIII secolo, fu cosi interpretata: &#8220;Il 13 dicembre dell&#8217; anno 1003, indizione XII, Pietro, abate degli Orsaresi ed originario di Leon, dopo aver visto cosi scolpita e dipinta questa chiesa, fu qui sepolto&#8221; (MAGNI CHRISTI GRATIA FIDEI NOSTRAE ANNO MIII INDICTIONE XII PRIMO IDIBUS DECEMBRIS HOC SEPULCHRO TEMPLO HOC SEPULTUS PETRUS ABBAS LEGIONENSIS HUJUSMODI SCULPTUM DEPINCTUM VIDIT TEMPLUM).<br />
Questa Interpretazione presenta errori grammaticali ed errori sostanziali che la rendono del tutto inattendibile.<br />
L&#8217;abate Pietro delle epigrafi potrebbe essere lo stesso, che, senza qualificazione di Legionese, compare in un atto del 1186:<br />
ciò, giustificando la continuità degli abati potrebbe confermare che effettivamente, alla fine dell&#8217;XI secolo, i monaci spagnoli sostituirono quelli bizantini nell&#8217;abbazia di Orsara.<br />
Un diploma di papa Onorio III (1216-27) in data 25 agosto 1225, riferisce che l&#8217;Abbazia di Orsara possedeva anche la città di Bamba in Spagna. Bamba era stata la capitale del Regno dei Visigoti con i re Recesvindo (649-72) e Wamba (morto nei 680).</p>
<p>Su un epigrafe del X-XI sec? (Ipotesi del Prof. M. Lepore). Il XII secolo è il periodo d&#8217; oro dell&#8217;abbazia di Orsara. Dopo l&#8217;adesione al rito latino ottenne privilegi ed esenzioni, nonostante la presenza di un forte vescovado viciniore. Dopo il suo periodo di splendore sotto i Longobardi e i Bizantini, a dispetto del silenzio delle fonti storiche, agli inizi del XII sec. troviamo la Santa Orsara in uno stato di floridezza e di prestigio tale che non si possono spiegare con semplicistiche spiegazioni. L&#8217;Epigrafe esistente alla base dell&#8217;Abazia, adiacente il palazzo Baronale, e qui riportata ci lascia perplessi: HIC REQUIE/SCIT ABB(A)S SYC(H)ILP(E)TRI / SECUNDUS / REQUIESCAT IN PACE AM(EN). Non può essere attribuita al XII secolo ma va collocata in epoca anteriore, al X o XI secolo. Di questo Abate di cui non si trova mensione nei documenti ufficiali, è attestata però l&#8217;esistenza da questa epigrafe che forse non fu mai completata e che negli anni &#8217;70 mano ignota cercò di asportare. Un fatto è certo : l&#8217;Epigrafe non può riferirsi al XII secolo perché di questo secolo conosciamo gli Abati nei documenti ufficiali. E non può essere attribuita nemmeno al XIII sec., quando ai monaci di rito latino subentrarono i Calatrava, che eleggevano il Gran Maestro e di essi gli storici non ci hanno tramandato alcun SYCHELBERTO o SYCHILPETRI o SIGEBERTO, che non ha alcuna attinenza con la lingua spagnola. L&#8217;ipotesi più logica è l&#8217;appartenenza al secolo XI, anche perché il nostro è &#8220;Secundus&#8221;, cioè il secondo Abate di questo nome. Resta però un problema non esplorato a fondo, il nome. Questo nome è di origine goto &#8211; longobardo &#8211; francofone. Il nome altro non è che un composto di SIKKO, SIKO, SIGO + B(P)ETRI (illustre nella vittoria) e ne troviamo un nome simile nell&#8217;M. G. H. quale scrittore di una cronica: Sigeberto di Gemboux (1030 &#8211; 1112). E&#8217; probabile che SYC(H)LP(E)PRI, SYCHELBERTO o SYGEBERTO sia da collegare alla presenza longobarda nel ducato beneventano e l&#8217;essere il secondo abate di questo nome conferna non solo una successione regolare di Abati nei tempi oscuri ma anche la vetustà della comunità monastica orsarese e la sua area di influenza longobarda. Tra l&#8217;altro questo abate esclude categoricamente la diatriba circa l&#8217;interpretazione del passo relativo all&#8217;Abate Giuliano, se sia da definirsi primo abate o primo abate di questo nome. Solo così si può spiegare il grande prestigio che già circonda la Santa Abbazia di Orsara all&#8217;alba del XII secolo. Ritengo che sia da attribuire ad un&#8217;epoca antecedente l&#8217;XI secolo per la sua origine squisitamente longobardo-gotica, quando ai monaci Basiliani si aggiunsero i Longobardi fedeli all&#8217;Arcangelo Michele, per l&#8217;affinità con Odino. Naturalmente non è categorica la successione degli Abati con lo stesso nome: è probabile che ci sia stata un&#8217;alternanza di abati di diverso nome. Perché la storiografia non ne fa menzione? La storia è sempre stata scritta dai potenti e dai vincitori e Orsara rispetto ai viciniori Vescovadi era perdente per la sua cultura di tipo orientale e per la lunga adesione al rito orientale (basiliano). I Longobardi nei primi tempi preferirono rispettare e proteggere i preesistenti insediamenti monastici orientali per non entrare in contrasto con l&#8217;impero d&#8217;oriente.</p>
<p>Con bolla in data 28 marzo 1229, il papa Grego­rio IX (1227-41), accogliendo la richiesta di Teresa, moglie di Alfonso IX re di Leon, e delle figlie Sancia e Dulcia, concesse l&#8217;abbazia di Orsara all&#8217;ordine monastico militare dei Calatrava, di cui era gran maestro Gonzalo Yanez De Novoa. Nella bolla è precisato che l&#8217;abbazia era già in possesso degli Spagnoli (&#8230;monasterium sancti Angeli de Ursaria&#8230;de Hyspanis fuit hactenus ordinatum&#8230;). L&#8217;ordine dei Calatrava, filiazione dei Cistercensi, era stato fondato nel 1152 dal re di Castiglia Sancio III per difendere la fortezza di Calatrava e per combattere contra i Saraceni. Anche se la circostan­za non è enunciata nella bolla papale, è presumibile che i Calatrava siano stati chiamati ad Orsara per costituire una postazione difensiva contro Federico II (1194-1250), che, dal 1223, aveva cominciato a trasferire a Lucera i Saraceni di Sicilia. I Calatrava stabilirono ad Orsara la loro casa generalizia italiana, filiazione di quella spagnola, ed assunsero il nome di Cavalieri di Calatrava e di S. Angelo. Edificarono, forse ampliando o rifacendo costruzioni preesistenti, il complesso dei fabbricati che circonda l&#8217; odierna piazza Mazzini (già piazza Calatrava) ed estesero i possedimenti abbaziali acquistando Castelluccio Valmaggiore, Celle S. Vito, Faeto, Ponte Albanito, l&#8217;importante monastero troiano di S. Nicola, che da quest&#8217; epoca fu detto dei Calatrava, Fragagnano (oggi in provincia di Taranto), la chiesa di Santa Maria di Ponto in Brindisi ed altri possedimenti, non meglio specificati, in Calabria, Sicilia e in Romagna. Il Monastero di S. Nicola in Troia fu fondato dall&#8217;abate Nicola all&#8217;epoca di Roberto il Guiscardo; ottenne l&#8217;esenzione dalla giurisdizione vescovile alla fine del XII secolo; possedeva la Pezza S. Nicola, tra Calvello e Foggia, estesa circa 1750 ettari. Lo stanziamento dei Calatrava ad Orsara fu accolto con grande entusiasmo dai partigiani del papa (Nobiles Italiae assumebant habitum Calatravensium); ma, la speranza che essi riuscisse­ro a mettere in crisi la monarchia sveva rimase delusa. I Calatrava, infatti, non lasciarono il ricor­do di alcuna azione militare; non intervennero nel 1232, quando Federico II distrusse Troia, che istigata dagli ecclesiastici, aveva osato resistergli; nè nel 1256, quando l&#8217;esercito del papa, rinchiuso in Ariano, fu sopraffatto dal re Manfredi. Forse, però, presidiarono la Via Trajana e ciò giustificherebbe il loro acquisto della Valle Maggiore. Si ha notizia dei Calatrava di Orsara da due ordini regi: il primo fu dato da Manfredi (1232-1266) il 7 dicembre 1259 e il secondo da Carlo I d&#8217;Angio (1266-1285) in data 25 novembre 1274; entrambi tutelavano il gran maestro di Orsara contra le molestie arrecate ai possedimenti abbaziali dal castellano di Montellere, che, al tempo degli Angioi­ni, era Symon De Chevreuse. Dei Gran Maestri Calatravensi di Orsara si ricor­da solo Placido Barbone, che forse fu l&#8217;ultimo; il nome era ancora rilevabile qualche secolo fa su una pietra tombale della chiesa abbaziale.Nella seconda metà del XII secolo, stabilitasi in Italia la Monarchia Angioina con l&#8217;appoggio del papa, la presenza dei Calatrava divenne inutile. Nel contempo, i patriarchi di Gerusalemme ed Antiochia chiedevano insistentemente aiuti militari per difendere le poche fortezze che i Cristiani ancora avevano in Terra Santa. Percio, i Calatrava di Orsa­ra furono trasferiti parte in Spagna e parte a S. Stefano Aznatoraf in Siria; probabilmente ciò avvenne nel 1281.</p>
<p>In seguito il monastero non fu più abitato dai monaci e l&#8217;Abbazia fu solo un beneficio ecclesiastico e cioè un vasto complesso di beni destinato a dissolversi. Nel primo periodo l&#8217;abbazia fu data in &#8220;commenda&#8221; ad alti personaggi della S. Sede; in seguito, affievolendosi il ricordo della passata grandezza, fu concessa a persone meno impor­tanti. Durante gli anni (1285-87) in cui il re Carlo II d&#8217;Angiò (1248-1309) era prigioniero in Sicilia e la reggenza del regno di Napoli era tenuta da Roberto d&#8217;Artois, la Domus S. Angeli de Ursaria era data in commenda al cardinale di S. Nicola in Carcere Tulliano, che l&#8217;amministrava tramite il suo vicario frate Giacomo Bontraia. Il cardinale era Benadetto Caetani di Anagni; costui, dopo che il 16 dicembre 1294 fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, concesse a Filippo, arcivescovo di Trani, l&#8217;Abbazia di Orsara con tutti i possedimenti calatravensi d&#8217;Italia (&#8220;omnia bona, jura et iurisdictiones in Brundusina et Trojana civitatibus, et in Ursaria, Fragnanana ac in quibusvis Apulie, Sicilie, Calabrie et Romanie partibus ad domum militiae Calatravensis pertinenenta, dodum nobis, in minori officio constituis, concessa&#8217;). La concessione ai &#8220;commedatori&#8221; dava a questi ultimi solo il diritto di amministrare e godere i frutti dei beni abbaziali, la cui proprietà restava sem­pre ai Calatrava. Quest&#8217;ordine, infatti, fu titolare dell&#8217;Abbazia di Orsara fino a quando, il 17 aprile del 1303 nella fortezza di Calatrava in Spagna, il Gran Maestro Garzia Lopez De Padilla la cedette a Ferdinando IV, re di Leon e di Pastiglia(1285-1312); quest&#8217;ultimo l&#8217;acquisto per la madre Maria, e concesse ai Calatrava la fortezza di S. Stefano Aznatoraf ed i feudi spagnoli di Corita, Colledo, Sabiote e Cogolludo. Con ciò si venne a costituire sull&#8217;abbazia di Orsara il Diritto di Patronato, che dava alla regina Maria il diritto di nominare il rettore. Perciò, non sembra esatta la notizia, data dagli storici orsaresi, che l&#8217;abbazia in un inventario redatto nel 1300, sarebbe stata inclusa fra quelle di regio patronato appartenenti al re di Napoli. Mancano notizie di come questo diritto sia pervenuto al monarchi di Napoli, cui si trova attribuito nei secoli successivi; va, comunque, escluso che il patronato possa essergli stato con­cesso dal papa Clemente V nel 1311, durante il Concilio di Vienna. Filippo di Trani morì nel 1295 ed i possedimenti dei Calatrava tornarono nella disponibilità della S. Sede.<br />
Nel 1305, l&#8217;Abbazia di Orsara aveva come commendatore Francesco Caetani, cardinale di S. Maria Cosmedin; ne era amministratore il suo vica­rio Bernardo Bufolo. Al Bufolo subentrò Bartolomeo Fontanarosa, che, fino al 1325, pagava le decime anche per le chiese di S. Felice e S. Gervaso site nei pressi di Crepacore. Francesco Caetani aveva già avuto, nel 1303, dallo zio Bonifacto VIII la concessione della chiesa di S. Nicola di Orsara, considerata come beneficto ecclesiastico distinto dall&#8217;abbazia (&#8220;&#8230;ecclesiam sive domum sancti Nicolai de Ursaria trojanae diocesis&#8221;). Questa chiesa sembra sia stata fondata alla fine dell&#8217;XI secolo nell&#8217;entusiasmo suscitato dalla noti­zia che le reliquie di S. Nicola erano giunte a Bari (la notizia è in un foglietto allegato ad un registro par­rocchiale di Orsara). La concessione al Caetani e il diploma di Carlo, figlio del re Roberto d&#8217;Angiò, che nel 1322 riconob­be il possesso di questa chiesa alla S. Sede, sono le prime notizie di un&#8217;altra chiesa, diversa da quella abbaziale, che si avviava ad essere la più frequenta­ta dalla popolazione. Francesco Caetani mori nel 1317 e non furono nominati altri commendatori.</p>
<p>Negli anni successivi amministratore dall&#8217;abbazia di Orsara era Raimondo di Calasanzia, la sua qualifica di milite fa pensare che abbia ricevuto solo un incarico provvisorio dal re. Fino a quest&#8217;epoca si hanno solo notizie dell&#8217;abbazia data la sua importanza preminente come centro di potere laico e spirituale.<br />
A partire dalla fine del XIII secolo cominciano ad aversi anche notizie locali. In due documenti, redatti nel 1304 e nel 1309 il paese intervenne come universitas (oggi comune) il cui sindaco, insieme a quelli dei paesi vicini ed anche dei distrutti casali di Crepacore e Ripalonga si accordò per la confinazione dei rispetttvi territori comunali. Questa questione si trascinò per molti anni e fu risolta soltanto alla fine del 1800. Si ha anche notizia di feudatari laici; possedimenti avevano i conti Sabrano di Ariano, Goffredo di Fondi e Benedetto di Palena. Per agire contro questi ultimi, che cercavano di appropriarsi dei beni abbaziali, il papa Giovanni XXIII ne dette incarico a Guglielmo di Balaeto, rettore di Benevento. Durante il regno di Roberto d&#8217;Angiò (1309-43) Orsara aveva un notevole sviluppo economico e sociale; infatti, nel 1335 ottenne dal re il privilegio di due fiere annuali in occasione delle festività patronati di S. Michele (8 maggio e 29 settembe. Vi furono anche le prime rivendicazioni dei contadini di Orsara contro i vescovi di Bovino e di Troia per il possesso dei territori e contro il feudatario Berardo di S. Giorgio per l&#8217;esercizio degli usi civici sul territorio di Montellere.</p>
<p>Morto il Fontanarosa, il re Roberto d&#8217;Angiò (1309-43) nominò Leonardo Fulcigno, che fu il primo rettore di Orsara di nomina regia. Lo stesso re, nel 1342 alla morte del Fulcigno, nominò il successore Lorenzo Pulderico. Quest&#8217;ultimo dovette affrontare le contestazioni di Ruggiero ed Enrico Frezza, che forse erano legati da vincolo di parentela come il cognome sembra indicare. Ruggiero Frezza, di cui si ha solo questa notizia assumeva di essere rettore di S. Angelo di Orsara e di S. Nicola Calatrava di Troia; non è indicato da chi avrebbe ricevuto la carica ed è presumibile che sia stata data dal vescovo. Comunque, quale rettore,nel 1344, denunciò al papa Clemente VI (1342-52) che gli ecclesiastici di Orsara, Castelluccio Valmaggiore e Ponte Albanito rifiutavano di rico­noscere la sua autorità e riconoscevano, invece, solo quella di Pulderico. Quest&#8217;ultimo, perciò, nel 1345 sarebbe stato destituito dalla regina Giovanna I e addirittura scomunicato dal papa. Enrico Frezza era vescovo di Troia. Le precarie condizioni economiche del suo vescovato gli die­dero l&#8217;occasione per sollevare le prime contestazio­ni contro il rettore di Orsara allo scopo di impossessarsi dei beni dell&#8217;abbazia. La prima pretesa del vescovo raguardò l&#8217;abbazia troiana di S. Nicola e il notevole patrimonio immobiliare costituito dalla Pezza S.Nicola. Il Frez­za riusci ad ottenere dal papa Innocenzo III (1352-62) la nomina di un arbitro, designato nella perso­na dell&#8217;arcivescovo di Benevento, e questo, con un lodo del 18 febbraio 1354, assegna I&#8217;abbazia di S. Nicola al vescovo. Poco dopo, il Frezza ottenne un altro successo; con un provvedimento in data 22 dicembre 1354, la regina Giovanna I (1326-82) gli riconobbe la giurisdizione su Castelluccio Valmaggiore e Ponte Albanito, che vennero ad esse­re sottratti all&#8217;abbazia di Orsara.<br />
Comunque, la Domus S. Angeli, anche se privata di questi possedimenti, conservava la sua autonomia; infatti, nel 1366, il Monasterium De Ursaria risultava ancora dipendere direttamente dalla S. Sede, cui pagava sempre il censo di un&#8217;oncia d&#8217;oro (43) e, nel 1376, la stessa regina Giovanna I ne nominò rettore Cesare Brancaccio. All&#8217;epoca del re Carlo III di Durazzo (1345-86), l&#8217;abbazia di Orsara, al pari di tanti altri benefici ecclesiastici, subì molte spoliazioni ad opera del conte di Vico; ma non perdette la sua autonomia che si trova riaffermata fino al XIX secolo. Perciò, non ha fondamento la notizia, riferita dagli storici troiani, che il Papa Innocenzo VII (1404-5) l&#8217;avrebbe unita al vescovato di Troia per compensarlo dei danni che anch&#8217;esso allora subì.</p>
<p>Durante il XV secolo, nel territorio di Orsara si verificarono importanti eventi storici. Nel 1416, la regina Giovanna II (1371-1435) concesse a Muzio Attendolo Sforza, gran connestabile (capo militare del regno), Orsara ed altre città fra le quali Benevento, Biccari e Troia. Nel 1424, alla morte di Muzio Attendolo, questi feudi passarono al figlio Francesco Sforza, che in seguito divenne duca di Milano.<br />
Vari accenni ci informano della maggiore autonomia che, in questi anni, venne acquistando la popolazione e 1&#8217;amministrazione (università) che la rappresentava. Nel 1441. l&#8217;università di Orsara si accordò col Capitolo di S. Angelo, che rappresentava il clero locale, per il pagamento delle decime sui terreni abbaziali concessi ai contadini; 1&#8217;accordo non definì la questione, che si trascinò ancora per lungo tempo e fu regolata da una sentenza del 1593.<br />
Fatti più importanti si verificarono nei pressi di Orsara durante la guerra (1435-42) tra il duca Renato d&#8217;Angiò e il re Alfonso I d&#8217;Aragona. Il 9 luglio del 1441 l&#8217;esercito aragonese si accampò presso Orsara; probabilmente la tenda reale fu posta nella località che ancora oggi è detta Piano della Corte, quattro chilometri a nord di Orsara. Da questo accampamento, il 10 luglio Alfonso I mosse l&#8217;esercito contro Troia, difesa dai soldati di Francesco Sforza; ma non riuscì a conquistarla. Il 15 luglio andò ad espugnare ed a saccheggiare Biccari, che riconquistata dagli Angioini qualche giorno dopo, fu ripresa dal re il 26 luglio. Vista l&#8217;impossibilita di conquistare Troia, difesa dagli Sforzeschi, 1128 luglio del 1441 il re si allontanò da Orsara per andare contro Napoli. E&#8217; tradizione, ed il fatto è abbastanza verosimile, che in questa circostanza Alfonso I si sia recato più volte a visitare Orsara ed a pregare nella grotta di S. Michele. Sconfitti gli Angioini e conquistato il trono di Napoli. Alfonso I d&#8217;Aragona concesse Orsara allo spagnolo Garcia Cavaniglia, dopo averla tolta a Francesco Sforza, che aveva parteggiato per gli Angioini. La concessione fu data prima del 1446.</p>
<p>Danni non molto gravi produsse ad Orsara il terremoto del 1456, che, in tutta l&#8217;Italia meridionale, cagionò oltre 50.000 morti.</p>
<p>Nella guerra, durata dal 1459 al 1462, tra re Ferdinando I d&#8217;Aragona e il duca Giovanni d&#8217;Angiò, Orsara parteggiò per gli Angioini e fu data in feudo a Giovanni Cossa. Nel giugno del 1461, il re assediò Orsara, ma, non riuscendo a conquistarla, se ne allontanò dopo pochi giorni. Il 12 agosto del 1462, dopo aver conquistato e saccheggiato Accadia, il re venne nuovamente ad Orsara e la cinse d&#8217;assedio con 50 compagnie di cavalieri e duemila fanti. Dopo tre giorni d&#8217;assedio, si venne a trattative e gli Orsaresi promisero di arrendersi se entro quattro giorni non fossero stati soccorsi dal loro feudatario. Saputo ciò, Giacomo Piccinino, che comandava l&#8217;esercito angioino, si mosse da Ascoli ed andò ad accamparsi presso Troia; un suo reparto, inviato a rafforzare la guarnigione di Orsara, fu intercettato dagli Aragonesi su Monte Maggiore, ma dovette ritirarsi con gravi perdite. Frattanto, il re si era accampato con l&#8217;esercito nella località Piano della Corte ed Ischia ove nel 1441 si era accampato suo padre Alfonso I. La battaglia, che decise le sorti della guerra avvenne tra Orsara e Troia. Verso la mezzanotte del 17 agosto 1462, gli Aragonesi iniziarono le manovre; Antonio Piccolomini, col suo reparto occupò la collina di Verditolo (altitudme 532 metri) il reparto di Roberto Orsini e Roberto Sanseverino puntò sul colle Sparaniello (altitudine 482 metri), ma qui si scontrò con gli Angioini che avevano già occupato la collina di Magliano (altitudine 569 metri). Il combattimento, molto aspro, durò alcune ore e, alla fine, gli Aragonesi riuscirono a ricacciare gli Angioini oltre il torrente Sannoro. All&#8217;alba del 18 agosto, i due eserciti erano già schierati ai lati del torrente Sannoro, ma esitavano ad attaccare perchè il superamento delle sponde si presentava difficile. Quando il sole era già alto, Ferdinando I si lanciò all&#8217;attacco. Gli Angioini arretrarono lentamente; ma, dopo otto ore di combattimento furono costretti a chiudersi a Troia. La sera dello stesso giorno e senza attendere il termine della tregua, gli Orsaresi si presentarono al re ed offrirono la resa. Nella notte successiva, Giacomo Piccinino e Giovanni d&#8217;Angiò abbandonarono furtivamente Troia e lasciarono, a presidiarla, Giovanni Cossa con 80 soldati. Il 19 agosto vi fu calma; ma il giorno successivo i Troiani, istigati dal loro vescovo Giacomo Lombardi e visto che ogni ulteriore resistenza era ormai inutile, aprirono le porte della città e vi fecero entrare gli Aragonesi. Il 21 agosto del 1462 il re Ferdinando I d&#8217;Aragona tolse l&#8217;accampamento da Orsara.<br />
Con la vittoria aragonese del 1462, Orsara rimase definitivamente in possesso dei Cavaniglia, che conservarono anche dopo il trattato di Granada (1500) che segnò la fine della Monarchia Aragonese; infatti, con un diploma del 10 maggio 1510, Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, ne confermò il possesso a Troiano Cavaniglia. Quest&#8217; ultimo, con atto in data 29 dicembre del 1524 stipulato dal notano Gregorio Russo di Napoli, vendette, per sedicimila ducati cum pacto redimendi, Orsara ed i feudi disabitati di Montellere e Monte Preise a Giovanni I Guevara, figlio di Guevaro Guevara, cadetto di una nobile famiglia spagnola venuto alla corte di Alfonso I d&#8217;Aragona. I Guevara furono feudatari del paese fino al 1806, quando fu abolito il sistema feudale.</p>
<p>Non si hanno notizie di Orsara con riferimento all&#8217;invasione dei Francesi, che, guidati da Lautrech, nel 1528 espugnarono e saccheggiarono Foggia e Troia; e neppure con riferimento alle persecuzioni contro i Valdesi (1561-63), che, per l&#8217;attiva propaganda dei barba Jean Louis Pascal e Stefano Negrino, avevano fatto molti proseliti a Celle S. Vito, Faeto, Montaguto, Monteleone, Motta Montecorvino e Volturara.<br />
Il 16 settembre 1602 in località Ischia-Verditolo del territorio di Orsara, i notai Giovanni Muccigno ed Ovidio De Paulis redassero una transazione tra il feudatario Inigo Guevara, rappresentato dal suo amministratore Marcello Pisano e dall&#8217;erario (esattore) di Orsara, e il capitolo della chiesa orsarese, rappresentato dall&#8217;arciprete Giacomo Catania. Nell&#8217;atto si chiarisce che, trent&#8217;anni prima, Pietro Guevara (potrebbe essere Pietro Paolo, secondogenito di Giovanni I) aveva ricevuto in fitto alcuni terreni (non specificati) del Capitolo. Inigo,cui ne era venuto in possesso, non pagava l&#8217;estaglio e ne contestava addirittura la proprietà dell&#8217;ente; ma, dopo aver consultato i legali, si obbligò a pagare l&#8217;estaglio o a restituirli.</p>
<p>Il terremoto del 30 luglio 1627 fece danni e vittime nella zona di S. Severo e nei paesi del pre¬appennino dauno-irpino, in questa circostanza, ad Ariano, si distinse, per 1&#8217;aiuto prestato alla popolazione, il francescano orsarese Simone. Ad Orsara vi furono pochi danni e nessuna vittima. Il parroco dell&#8217;epoca, alla data del 12 dicembre 1631 riferisce: Magnum Vesuvii incendium cuius ego d.Hercules, archipresbyter Neapoli oculi curatione detentus, infelictssimus spectator fui, quasi totam Europam cineribus contexit.; (Eruzione del Vesuvio che copri di cenere quasi tutta l&#8217;Europa; io arciprete Ercole Nola vi assistetti mentre era a Napoli per curarmi 1&#8217;occhio).<br />
Agli inizi del XVII secolo, era feudatario di Orsara Giovanni III Guevara, duca di Bovino. Gli succedette il primogenito Carlo Antonio, che, non potendo pagare al fratello Francesco un legato testamentario di 40.000 ducati, nel 1649 gli cedette Orsara ed altri feudi vicini. A Francesco Guevara si riferisce un&#8217;epigrafe esistente sul frontone della Fontana Nuova; vi si legge: D. FRAN(ciscus) GUEV(a)RA BO(n)CO(m)PAG(nus) DUCIS BIBINI FIL(ius)UTILIS DOM(INUS) URS(ari)AE IVCFO (?) E(t) INSBLEDIOR (?) CULT(um) SUB(di)T(i)B(us) SUIS ERGIV(it) AN(no) 1663.<br />
Anche se vi sono delle parole che non si riescono ad interpretare, il senso e chiaro; si ricorda che la madre apparteneva alla famiglia Boncompagni del ducato di Sora<br />
Un&#8217;altra epigrafe esistente nella stessa fontana, ne ricorda il primo impianto avvenuto nel 1547 (URSARIENSES HUNC PERENNIS AQUAE FONTEM GUEVARAE IUSSU STATUERUNT MCCCCCXXXXVII &#8211; Gli Orsaresi per ordine del Guevara costruirono questa fontana di acqua perenne nel 1547). E&#8217; rimasto solo il ricordo di una Fontana Vecchia posta sull&#8217;odierna via Trento; si riteneva costruita prima dell&#8217;anno mille e fu fatta demolire dal commissario A. Garofalo verso.</p>
<p>Francesco Guevara fu il primo e forse l&#8217;unico feudatario che risiedette quasi stabilmente ad Orsara; era un ecclesiastico che aveva ricevuto gli ordini sacri il 9 luglio 1639 dal vescovo Calderisi di Bovino; nei registri parrocchiali di Orsara si ha solo un atto di battesimo da lui redatto il 31 gennaio 1650. Con un atto del 16 settembre 1662, dal notaio Giovanni Muccigno, acquistò il palazzo dei Calatrava, che destinò a sua dimora. Molto probabilmente, a lui furono dovute le più radicali menomazioni alla chiesa abbaziale perché vi fece costruire la loggetta per comunicare col suo palazzo e, conseguentemente, dovette spostare l&#8217;altare al lato opposto. Formalmente il palazzo Calatrava fu ceduto al Guevara dal clero di Orsara, che ne ebbe in permuta 55 versure di terreno in località Laura (ora Montagna). Ricordando che il terreno e il palazzo, in origine, appartenevano all&#8217;abbazia. È presumibile che questa vendita mascherò una spoliazione, alla quale concorsero gli interessi di tutte le parti che intervennero all&#8217;accordo; infatti, il feudatario ebbe una dimora adeguata senza dare praticamente alcun corrispettivo; il clero ebbe la libera disponibilità del terreno abbaziale e potè dividerlo tra i suoi componenti; infine, il vescovo di Troia, che approvò l&#8217;accordo, addolcì le rivendicazioni degli Orsaresi per gli altri beni ecclesiastici in suo possesso. Alla fine del XVII secolo, morto Francesco Guevara, Orsara tornò sotto il dominio feudale del duca di Bovino.</p>
<p>Dal primo settembre del 1700 fino alla morte avvrenuta il 15 novembre 1748, fu duca di Bovino Inigo Il Guevara. Costui era feudatario e possessore del vasto territorio tra Bovino, Castelluccio dei Sauri, Montaguto, Orsara, Panni e Troia. Questo territorio, in massima parte boschivo, era destinato alla caccia; perciò, aveva preso il nome di Caccia dei Guevara ed aveva come centro, non per posizioze ma per importanza, la Torre della Caccia, che trovavasi già riportata in una carta geografica dei musei Vaticani compilata alla fine del XVI secolo. In seguito l&#8217;edificio assunse il nome di Torre Guevara; Inigo II lo fece ristrutturare e vi fece apporre all&#8217;ingresso un&#8217;epigrafe per tramandare che Inigo Guevara, duca di Bovino, fedelissimo e riconoscente, fece la costruzione nel 1736 dedicandola a Carlo il Borbone, re di Napoli, di Sicilia e di Gerusalemme, affinchè, quale ospite graditissimo, rendesse più nobili i rustici passatempi dei duchi bovinesi con la presenza, la compagnia e la caccia (CAROLO BORBONIO NEAPOLIS SICILIAE HIERUSALEM REGI ET C(etera) PIO FELICI INVICTO AUGUSTO QUOD RURALES BOVINENSIUM DUCUM DELICIAS PRAESENTIA COMITATE VENUTU HOSPES MAXIMUS FECERIT NOBILIORES INNICUS DE GUEVARA BOVINI DUX D(evotus) N(umini) M(ai estati) Q(uae) E(jus) NE BENEFICI AMPLISSIMI MEMORIA UNQUAM INTERCIDAT P(oni) C(uravit) ANNO MDCCXXXVI). In effetti il re Carlo III di Borbone che aveva un attaccamento quasi maniacale per la caccia, e il suo successore Ferdinando I soggiornarono molto spesso in questo edificio ospiti dei duchi di Bovino. La destinazione a caccia di questo vastissimo territorio, riduceva le già scarse fonti di reddito delle popolazioni. Ad Orsara e nei paesi vicini le possibilità di reddito erano legate, esclusivamente, alla coltivazione dei terreni, peraltro, erano di scarsa produttività ed anche insufficienti come estensione. In conseguenza la popolazione si era stratificata in due classi: i possidenti o galantuomini ed i bracciali. I primi gestivano i terreni, in minima parte come proprietari; in maggiore misura, come coloni dei baroni o della Chiesa o anche come amministratori dei comuni; essi, inoltre, avevano un livello culturale più elevato che li portava ad essere meno legati ai pregiudizi e più aperti al nuovo in politica. I bracciali nullatenenti, erano legati alle tradizioni e, quindi alla Chiesa o, piuttosto, alla religione ed anche alla monarchia borbonica. Nella società locale così configurata, il contrasto era solo tra i bracciali ed i possidenti; questo stato di cose, ormai anacronistico rispetto alle nuove concezioni ed aspirazioni, caratterizzò le lotte politiche ed agrarie del XIX. Ad Orsara le prime contestazioni furono portate davanti ai giudici e riguardarono la tenuta di Cervellino, la cui estensione trovasi indicata in 57 carra e 13 versure (circa 1700 ettari) sulla quale potevano pascolare 456 bovine, 30 equini, 343 ovini e 336 maiali. Nel XV secolo, l&#8217;università di Orsara concesse al re Ferdinando I d&#8217;Aragona il territorio di Cervellino per destinarlo al pascolo delle regie razze di cavalli. Però all&#8217;atto della concessione, il Comune fece espressa riserva degli usi civici, il cui esercizio fu ristretto a certi periodi dell&#8217;anno, come è riconosciuto in un decreto dato nel 1579 dalla R. Camera della Sommaria. La zona fu costituita in difesa (ancora oggi è il nome proprio di una parte del territorio). Nel 1693, dimesso l&#8217;allevamento dei cavalli, il Fisco vendette Cervellino a Francesco Veneri. Nel 1759, quando iniziarono le contestazioni degli orsaresi, il territorio era di proprietà della duchessa Alvito e tenuto in fitto da Ferdinando Poppa; quest&#8217;ultirno pretendeva, come canone annuo per il pascolo (fida), 24 carlini per ogni bovino e 20 per equino. La contestazione degli Orsaresi finì davanti alla R. Camera della Sommaria e questa, con sentenza del 9 luglio 1763, stabilì che gli Orsaresi dovevano pagare una fida di 6 carlini, soltanto per ciascun animale di grossa taglia che pascolava su quel territorio. In seguito Cervellino &#8220;divenne proprietà del duca Rospigliosi Pallavicino, poi, di Gaetano Varo e, infine, fu acquistato dal Comune di Orsara con l&#8217;atto stipulato l&#8217;11 ottobre 1782 dal notaio Raffaele Avossa.</p>
<p>Ad Orsara le lotte violente per la questione agraria iniziarono alla fine del XVIII secolo. I primi moti si ebbero nel 1797 e poi nel 1799 quando i bracciali, approfittando dei rivolgimenti politici che rendevano deboli le autorità costituite, occuparono e dissodarono i boschi Montagna e Lama Bianca; cercarono anche di dissodare Montemaggiore, difesa chiusa destinata da molto tempo a pascolo dei buoi aratori. In queste occasioni, non vi fu alcuna reazione da parte delle autorità; ma nel 1802, quando l&#8217;occupazione si ripetè per Montemaggiore e Pannolino, fu inviato ad Orsara il gudice Gelormino della R. Udienza di Lucera. Costui, con l&#8217;intervento del soldati, fece cessare le l&#8217;occupazioni e ristabilì l&#8217;ordine. Negli anni successivi le contestazioni imboccarono vie legali. In questi anni, sullo sfondo della Rivoluzione Francese, anche l&#8217;Italia meridionale fu scossa da profondi sconvolgimenti politici e sociali. Ferdinando I Borbone fuggì in Sicilia il 21 dicembre 1798 all&#8217;avvicinarsi dell&#8217;esercito francese del generale Championnet; quest&#8217;ultimo entrò in Napoli il 23 gennaio 1799. Proclamata la Repubblica Partenopea, i nuovi governanti inviarono nelle province i democratizzatori col compito di nominare gli amministratori locali, innalzare l&#8217;albero della libertà e confiscare i beni ecclesiastici. L&#8217;odio verso i galantuomini (in massima parte favorevoli al nuovo governo), il fanatismo religioso e l&#8217;ostilità contro gli stranieri Francesi provocarono, subito dopo, rivolte popolari con saccheggi e violenze atroci contro i repubblicani. Ad Orsara, fu eretto l&#8217;albero della libertà infiggendo un grosso ramo nella pietra tonda (è una pietra cilindrica, appositamente costruita; ha diametro 54 centimetri ed altezza 68 con un grosso buco al centro; attualmente e incastrata in un angolo della Chiesa parrocchiale). Alla data del 13 febbraio1799, trovo annotato &#8220;Francesco Pinto di anni 28 è morto ucciso nella pubblica piazza di questa terra di Orsara&#8221;; ma non è precisato se, come sembra, il motivo fu politico. Il 23 febbraio 1799, tre colonne di soldati francesi, percorrendo la via della valle del Cervaro e la via Trajana, giunsero a Foggia e perseguirono i responsabili della ribellione, fucilandone alcuni; Troia evitò il saccheggio e la fucilazione dei ribelli pagando un riscatto di tremila ducati. Ad Orsara fu costituita la truppa civica agli ordini del sottotenente Giuseppe Borrelli. In Capitanata la repubblica durò meno di tre mesi; il 21 aprile i Francesi abbandonarono Foggia e il 24 maggio vi entro l&#8217;esercito borbonico del cardinale Fabrizio Ruffo e del generale Antonio Micheroux. Allontanatisi i Francesi e ristabilita a Napoli la monarchia borbonica, Ferdinando I cercò di ingraziarsi le popolazioni limitando i diritti dei feudatari sui beni delle collettivita. Il sistema feudale aveva attribuito ai feudatari ogni potestà e, quindi, anche I&#8217;amministrazione dei beni pubblici. Gli immobili potevano essere dei privati (allodi), dei baroni (burgensatica) e dei Comuni (demani) (&#8220;Dicuntur demania&#8230; civitates, castra et bona alia&#8230;retenta per antiquos reges in potestate et dominio suo non donata et concessa aliis&#8221;).</p>
<p>Il concetto di demanio come proprietà territoriale dei Comuni fu sancito dagli artt. 176 e 182 della legge 12/12/1816.<br />
Gli usi civici già in epoca romana venivano ritenuti una derivazione del primitivo uso comune del territorio (compascua) e quindi, originate in epoca preistorica con la formazione delle prime comunità. Conservati dal sistema feudale, furono riconosciuti anche dall&#8217;art. 15 della legge 2 agosto 1806 che abolì il feudalesimo e sono ancora tutelati dalla legislazione italiana vigente. Consistono nel diritto degli abitanti di utilizzare un territorio facendovi pascolare animali oppure raccogliendo legna o altri frutti naturali. Nella pratica l&#8217;accertamento degli usi civici e della demanialità era estremamente difficoltoso sia perchè mancavano, salvo casi rarissimi, prove documentali e sia perchè le situazioni di fatto derivavano da consuetudini, leggi ed abusi, i cui effetti si erano accumulati per secoli. In conseguenza si ebbero contestazioni senza fine tra gli ex baroni e le popolazioni (come cittadini e come enti pubblici). Queste contestazioni si tradussero, sotto l&#8217;aspetto legale, in cause interminabili e, sotto l&#8217;aspetto pratico, in sommosse e violenze. In questo periodo anche Orsara iniziò l&#8217;azione legale contro il feudatario per rivendicare gli usi civici sul territorio di Ripalonga. Ripalonga comprendeva anche le località denominate Ischia del Governatore, Lama Bianca Piano Perazze; l&#8217;estensione complessiva era di circa mille ettari (oggi la zona è riportata nei fogli catastali da 1 a 8 e nel foglio 42). Il feudo fu acquistato dai Guevara nel 1596. Nel 1763, il duca Giovanni Maria Guevara lo concesse ai massari (pastori) di Orsara per il canone annuo di 372 tomoli (circa 161 quintali) di grano. Il 28 marzo 1803 il Comune di Orsara, difeso dall&#8217;avvocato Giuseppe Casoria, iniziò davanti la R. Camera della Sommaria l&#8217;azione legale per Ripalonga contro il duca Carlo Guevara, difeso dall&#8217;avvocato Pietro Porcelli. Con la successiva allegazione difensiva del 3 luglio 1803, contestò anche il diritto di esigere i balzelli feudali (portulania, bagliva, focaggio, cippone, bottega lorda). La lite fu definita per i buoni uffici del canonico Michele La Monica con una &#8220;convenzione&#8230; approvata da tutta l&#8217;intera cittadinanza di Orsara&#8221;. Questa convenzione, ratificata dalla R. Camera Sommaria con decreto 14/11/1803, fu trasfusa nella transazioni redatta a Napoli il 22 febbraio 1804 dal notaio Ferdinando Caristo; in quest&#8217;atto si stabilì che il duca:<br />
1) rilasciava al Comune di Orsara le &#8220;difese&#8221; Acquara, Ischia del Governatore e Monte Preise;<br />
2) dava in enfiteusi al Comune per il canone annuo di 372 tomoli di grano (precedentemente pagato dai massari)i territori di Ripalonga, Piano Perazzi e Lama Bianca;<br />
3) riconosceva come demaniali Montemaggiore e Montagna. Per contro il Comune di Orsara riconosceva al duca la proprietà del territorio detto di Pescorognone (oggi in catasto ai fogli 41 e 42) e faceva &#8220;altre piccole concessioni&#8221;. La questione fu risolta anche politicamente quando il 3 dicembre 1804 la R. Camera della Sommaria accolse l&#8217;istanza presentata da Ignazio Tancredi per il Comune di Orsara ed autorizzò la concessione ai privati dei territori delle località Acquara e Ischia del Governatore. Nel febbraio 1806, mentre l&#8217;esercito francese del generale Massena entrava nuovamente nel Regno di Napoli, Ferdinando I Borbone tornò in Sicilia. Il trono fu dato prima a Giuseppe Bonaparte, che giunse a Napoli l&#8217;11 maggio 1806, e, poi, dal settembre 1808, a Giacomo Murat. Uno dei primi provvedimenti del nuovo regime fu la legge 2 agosto 1806 che abolì il sistema feudale. Il successivo decreto 11 novembre 1807 istituì la Commissione Feudale per decidere tutte le controversie tra i feudatari ed i Comuni. Per la definizione dei processi fu posto il termine del 31 dicembre 1808 poi prorogato al 31 agosto 181. Nell&#8217;ottobre del 1809, l&#8217;avvocato Casoria (costui morì poco dopo e fu sostituito dall&#8217;avvocato Clemente Gaito), per il Comune di Orsara, riprese l&#8217;azione legale per la rivendica di altre terre demaniali contro il duca Guevara, sempre difeso dall&#8217;avvocato Porcelli. Dopo le decisioni interlocutorie del 31 ottobre 1809 e del 23 marzo 1810, si ebbe la sentenza del 31 agosto 1810 che stabili:<br />
1) Pescorognone e Magliano appartenevano ai Guevara;<br />
2) gli Orsaresi avevano il diritto di affrancare i fondi delle predette contrade che coltivavano da almeno dieci anni;<br />
3) i terreni demaniali di Orsara erano liberi da terraggi, censi e di ogni prestazione feudale perchè non esisteva ad Orsara feudalità universale&#8217;;<br />
4) in forza di un accordo intervenuto nel 1529 il comune di Orsara e il conte Cavaniglia (o Giovanni I Guevara), Monte Preise apparteneva al Comune di Orsara; questo, però, doveva pagare al duca il censo annuo di 55 ducati.<br />
Tra il 1810 e il 1812, le cavallette distrussero i raccolti; per combatterle le autorità davano un premio di 8 grana per ogni misura di uova degli insetti che venivano consegnati per la distruzione. Il frumento arrivò a costare sei ducati per tomolo e, nel 1815 quando la carestia fu ancora più grave, dieci ducati.</p>
<p>Nel 1815 al seguito dell&#8217;esercito austriaco, tornò al trono di Napoli Ferdinando I Borbone e dette mano alla Restaurazione, i cui eccessi rafforzarono, gli opppositori, già organizzati in sette segrete, fino a spingere ai moti rivoluzionari del 1820. Verso la fine del 1818 ad Orsara, vi fu un altro scoppio di violenze per la questione agraria; i &#8220;brac­ciali&#8230;si sfrenarono&#8221; occupando, dividendo e dis­sodando i boschi nelle località Riconi di Cerveliino e Mezzanelle di Crepacore. Intervennero i soldati, al comando del capitano Savino, e fecero cessare le occupazioni. In questa occasione, si distinsero Michele Natale e Nicola Perrone, che si ritroveran­no trent&#8217;anni dopo in situazioni analoghe; ciò sta ad indicare che la questione si evolveva molto lentamente e vi erano resistenze fortissime. Comunque, la preoccupazione di evitare altre sommosse indusse il sottointendente di Bovino a fare pressioni sul Decurionato (consiglio comunale) di Orsara per una soluzione; infatti, il 26 ottobre 1819, fu costituita una commissione composta da Francesco Di Michele, Giuseppe Iatarola e dall&#8217;agrimensore Gaetano Amicangelo di Montaguto col compito di ripartire 556 versure di terreno di Ripalonga. L&#8217;attività di questa commissione fu interrotta dai moti rivoluzionari iniziati nel regno di Napoli il 2 luglio 1820 dagli ufficiali Salvati e Morelli.<br />
In questa occasione, fu costituita la Repubblica Federativa della Daunia, alla quale, invitati, aderirono tutti i comuni di Capitanata ad eccezione di Orsara e Montaguto. E&#8217; difficile individua­re le cause della mancata adesione; si può pensare che la decisione fu presa dai possidenti, che controllavano l&#8217;amministrazione comunale e temeva­no che i rivolgimenti politici potessero pregiudicare i loro interessi. Però, anche ad Orsara, i rivoluzionari avevano adepti in tutte le classi sociali; infatti, venivano sorvegliati come carbonari i possidenti Domenico e Pasquale De Gregorio, Benedetto De Paolis, Tommaso Gambatesa, Severino La Monaca, Pientrantonio Spontarelli; i preti Giovanni Ferrara e Carlo Ricci; il medico Carmelo Di Stefano; il fabbro Angelo Guerriero; il calzolaio Gaetano Languzzi e il falegname Geremia Schiavino. Era anche molto forte la setta segreta dei Calderari di tendenza conservatrice e filo-borbonica. Vi erano, quindi, forti tensioni sociali e, in conseguenza, le lotte politiche erano aspre. Sedata la rivoluzione del 1820, si scatenò la repressione, che ebbe come strumento legale il decreto del 7 maggio 1821; era prevista la pena di morte a chi costituiva una setta segreta e l&#8217;esilio a chi ne faceva propaganda. Ristabilita la normalità, ad Orsara si riprese l&#8217;at­tività amministrativa per la ripartizione delle terre. Intervenne nuovamente il commissarto Zurlo e, con un atto del 5 marzo 1822, divise il territorio di Cre­pacore (2230 ettari) ripartendolo tra Orsara (circa mille ettari), Greci, Celle San Vito e Faeto. Questa spartizione non apportò alcun beneficio alle popolazioni perchè pose solo fine ad una controversia iniziata alla fine del XIII secolo fra i Comuni; i terreni, invece, appartenevano al duca di Serracapriola, Nicola Maresca (1789-1870), alla cui famiglia erano pervenuti verso la metà del XVIII secolo. La ripartizione dello Zurlo, però, dette ai Comuni interessati la possibilità di iniziare nel 1822, l&#8217;azione per la revindica della demanialità contro il Maresca. Il 22 novembre 1825 la Gran Corte dei Conti autorizzò i Comuni a proseguire l&#8217;azione e l&#8217;8 agosto 1830 vi fu un accordo parziale in base al quale il Maresca restituì parte del territorio. La causa si trascinò fino alla fine del XIX secolo ed ebbe una definizione sfavorevole per i Comuni. Intanto, ad Orsara, la ripartizione delle terre si era impantanata tra cavilli burocratici e cabale dei decurioni (consiglieri comunali); questi avevano trovato, nelle leggi per la tutela dei boschi (art. 180 legge 12/12/1816 e legge 21/8/1825), nuovi argomenti per opporsi alla quotizzazione.</p>
<p>Il 28 agosto 1824, il principe ereditario, Francesco I Borbone, era in vista ufficiale a Foggia; gli Or­saresi gli inviarono una delegazione per perorare la causa della ripartizione ed ottennero piu frequenti solleciti all&#8217;autorita locale da parte dell&#8217;Intendente di Foggia. Cosicchè, entro lo stesso anno, fu rifatto il progetto di ripartizione con 952 quote per complessivi 3209 tomoli; il canone era di 6 carlini a quota. Poi, le quote divennero 962 per 3537 tomoli ed, infine nel 1826, le quote furono ridotte a 748 e furono divise in tre classi in rapporto alla fertilità: la prima di tre tomoli, la seconda di quattro e la terza di sei; il canone unico era di 30 carlini. Ciò non ostante, non vi furono assegnazioni. Il Decurionato si oppose sempre alla ri­partizione richiamando le leggi a tutela dei boschi e facendo proprie le ragioni dei possidenti e cioè che gli Orsaresi rifiutavano le assegnazioni perchè non volevano pagare canoni ne volevano terre da dissodare, tanto che avevano lasciato in abbandono quelle già assegnate; volevano invece, le terre che gli altri avevano già dissodato e migliorato. Dall&#8217;altra parte si rispondeva che i possidenti si erano appropriati dei migliori terreni, per i quali pagavano canoni irrisori; inoltre, non volevano altre assegnazioni o facevano assegnare solo terre inadatte alla coltivazione perchè ciò gli consentiva di subaffittare i loro terreni a prezzi esosi e di reperire mano d&#8217;opera a basso prezzo.</p>
<p>In questi anni la questione agraria sembra passata in secondo piano; in effetti si era fatta strada l&#8217;idea che, per vincere le opposizioni locali alla ripartizione, occorreva ricorrere direttamente re. Ciò porta a configurare una situazione politica con la classe dei bracciali di tendenza filo-borbonica e, quindi, conservatrice per la politica generale e rivoluzionaria per quella locale. La classe contrapposta dei possidenti era di tendenza antiborbonica, ma conservatrice per le questioni locali. D&#8217;altra parte, è risaputo che, durante le lotte per il Risorgimento, non solo ad Orsara, le fazioni popolari erano filo-borbonche. Per ricorrere al re, ci si rivolse all&#8217;avvocato Edoardo Forgione; ma, avendo costui chiesto un compenso di 300 ducati, si rifiutò la sua assistenza. Frattanto, si ebbe un&#8217;occasione che sembrò particolarmente favorevole, l&#8217;orsarese Gaetano Zullo, nel 1843 durante il servizio militare a Napoli era riuscito a fare amicizia con tale Antonio Manzi stalliere del re. Tornato ad Orsara prospettò ai concittadini la possibilità di avvalersi del Manzi per avvicinare il re; perciò fu incaricato di recari Napoli. Quivi, si fece redigere una petizione da uno scrivano di via S. Carlo. Tornato ad Orsara, riferì che il Manzi lo aveva presentato al re, nella villa reale di Castellammare di Stabia; aveva così consegnato l&#8217;istanza direttamente nelle mani del re e ne aveva ottenuto promesse di interessamento. Passarono alcuni mesi senza alcun risultato, perciò, Gaetano Zullo, della cui credibilità si cominciava a dubitare, prese una nuova iniziativa insieme ad altri, il 30 settembre 1844, si recò a Foggia dall&#8217;Intendente, che non volle riceverlo, e il 3 gennaio 1845, si recò dal sottointendente a Bovino. Chiedeva una carta di viaggio per recarsi dal re a Napoli e presentargli una nuova istanza per la ripartizione delle terre. Il permesso fu negato; la sera dello stesso 3 gennaio, una cinquantina di persone si riunirono nella casa di Antonio Fatibene e decisero di partire per Napoli la mattina del 6 gennaio. La mattina del giorno fissato, più di cento &#8220;villani&#8221; si riunirono nella chiesa della Madonna della Neve.</p>
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			</item>
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		<title>Orsara di Puglia &#8211; La Città</title>
		<link>https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/informazione/orsara-di-puglia-la-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Guido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 09:26:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Orsara di Puglia è un comune italiano di 2.741 abitanti della provincia di Foggia in Puglia, facente parte della Comunità Montana dei Monti Dauni Meridionali. Denominata Orsara Dauno-Irpina dal 1861 fino al 1884, ha fatto parte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Orsara di Puglia è un comune italiano di 2.741 abitanti della provincia di Foggia in Puglia, facente parte della Comunità Montana dei Monti Dauni Meridionali. Denominata Orsara Dauno-Irpina dal 1861 fino al 1884, ha fatto parte della provincia di Avellino fino al 1927.<br /><img decoding="async" class="" style="margin-right: 30px;float: left" src="https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/wp-content/uploads/2024/03/cartina.jpg" alt="Orsara di Puglia Stemma" width="250" height="221" /></p>
<p><strong>Dove:</strong><br />
Regione: Puglia<br />
Provincia: Foggia (FG)<br />
Zona: Italia Meridionale</p>
<p><strong>Codici:</strong><br />
CAP: 71027<br />
Prefisso: Telefonico 0881<br />
Codice Istat: 071035<br />
Codice Catastale: G125</p>
<p><strong>Altri dati:</strong><br />
Denominazione Abitanti: Orsaresi<br />
Il Comune di Orsara di Puglia fa parte di: Comunità Montana Monti Dauni Meridionali<br />
Località e Frazioni di Orsara di Puglia: Torre Guevara, Giardinetto, Ischia, Monte maggiore<br />
Comuni Confinanti: Castelluccio dei Sauri, Celle di San Vito, Bovino, Faeto, Greci (AV), Montaguto (AV), Panni, Troia</p>
<div></div>
<p style="text-align: justify"><b>Orsara di Puglia</b> è un comune italiano di 2.741 abitanti della provincia di Foggia in Puglia, facente parte della Comunità Montana dei Monti Dauni Meridionali. Denominata <b>Orsara Dauno-Irpina</b> dal 1861 fino al 1884, ha fatto parte della provincia di Avellino fino al 1927.</p>
<div></div>
<p>Il centro urbano si distende su un declivio del Subappennino Dauno, a 635 metri s.l.m.. Il territorio comunale è delimitato ad est dal fiume Cervaro, che segna il confine con Bovino, a nord dal torrente Sannoro, che la divide da Troia, ad ovest dai monti che vanno verso Celle di San Vito, a sud dai monti che vanno verso Panni e Montaguto.</p>
<h2>&nbsp;</h2>
<h2>Dati Demografici</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>SITUAZIONE DEMOGRAFICA</em></strong></p>
<div class="table-responsive"><table class="table  table-striped table-bordered table-hover"  class="Table Table--withBorder u-text-r-xs" style="height: 579px" width="735">
<tbody>
<tr>
<td><strong>Popolazione residente al 31/12/2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>3073</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="6"><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Nati nell’anno 2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>11</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Morti nell’anno 2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>45</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Immigrati nell’anno 2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>57</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Emigrati nell’anno 2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>51</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="6"><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong> </strong></td>
<td colspan="3"><strong>Maschi</strong></td>
<td colspan="2"><strong>Femmine</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione da 0 a 6 anni al 31/12/2007</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td colspan="2"><strong>56</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td><strong>52</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione da 7 a 14 anni al 31/12/2007</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td colspan="2"><strong>106</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td><strong>99</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione da 15 a 29 anni al 31/12/2007</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td colspan="2"><strong>310</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td><strong>279</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione da 30 a 65 anni al 31/12/2007</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td colspan="2"><strong>663</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td><strong>642</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione oltre i 65 anni al 31/12/2007</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td colspan="2"><strong>350</strong></td>
<td><strong>N.</strong></td>
<td><strong>516</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="6"><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione nel centro abitato al 31/12/2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>2731</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione nei nuclei abitati al 31/12/2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>84</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Popolazione in case sparse al 31/12/2007</strong></td>
<td colspan="2"><strong>N.</strong></td>
<td colspan="3"><strong>258</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="6"><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Tasso di natalità anno 2007</strong></td>
<td colspan="5"><strong>0,36 %</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="6"><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Tasso di mortalità anno 2007</strong></td>
<td colspan="5"><strong>1,47 %</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table></div>
<h2>&nbsp;</h2>
<h2>Riconoscimenti</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1261" src="https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/wp-content/uploads/2024/03/cittaslow-jpg.webp" alt="cittaslow" width="240" height="210" /></p>
<address class="paragrafetto-corsivo">CITTASLOW</address>
<address class="paragrafetto-corsivo">dal 5 febbraio 2007</address>
<address> </address>
<address><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1262" src="https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/wp-content/uploads/2024/03/bandiera_arancione-jpg.webp" alt="" width="221" height="228" /></address>
<address>
<address class="grassetto">BANDIERA ARANCIONE &#8211; Riconoscimento del Touring Club Italiano</address>
<address class="paragrafetto-corsivo">dal 8 gennaio 2010</address>
</address>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
